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FAROCKI PARTE II: ARBEIT MACHT FREI

Lavoro e detenzione nell'epoca dell'immagine-controllo

FAROCKI PARTE II: ARBEIT MACHT FREI

Seconda giornata dedicata al filmmaker ceco-tedesco Harum Farocki. Man mano che si va avanti apprezziamo sempre di più il modo di lavorare di Farocki con le immagini: rielabora, ripete, ricostruisce, manipola. Quelli che compila Farocki sono archivi storico-critici del secolo appena trascorso e di quello in corso: archivi che mostrano sempre di più la loro urgenza e la loro fondamentale importanza (cinematografica e non).
Due pellicole: una del 2000 dedicata alle prigioni e ai suoi sistemi di controllo, l'altra del 1995 dedicata al mondo del lavoro e agli operai.

Gefangnisbilder/ Prison Images/ Immagini delle prigioni (nella foto)
Regia: Harum Farocki
Nazione ed anno: Germania, 2000
Durata: 60'
Genere: documentario

Attraverso un percorso critico fatto di citazioni cinematografiche e inserti mediali di ogni tipo (dai documenti filmati alle telecamere di sorveglianza, passando addirittura per le pubblicità) Farocki mette sotto esame la società dell'immagine in tutte le sue sfumature. Riorganizzando il materiale attorno una visione particolare di società, quella chiusa delle carceri, Farocki fa apparire tutte le contraddizioni di una società sempre più alla mercè dell'immagine, intesa nella sua accezione ipertrofica di immagine-controllo. Ecco dunque che la condizione chiusa delle carceri si estende, aprendosi a tutti i livelli: spiati (o meglio, controllati) ovunque e in ogni momento della nostra vita, tanto nelle carceri (dove l'immagine-controllo è legittimata da sempre più incessanti richieste di sicurezza) ai supermercati. Fa capolino un grande fratello orwelliano che trasforma il controllo in voyeurismo. È lo sguardo attraverso la toppa, il carceriere che spia i detenuti durante le loro performance autosessuali, citazione cinematografica più volte riproposta (e quindi commentata e letta sotto  una diversa luce) da Farocki. Il risultato è una equazione inquietante riassumibile nell'asse immagine-controllo-voyeurismo: ma è un alleanza che mette ai margini l'uomo e i suoi diritti fondamentali.

Arbeit verlasses die Fabrik/ Workers living the factory/ I lavoratori escono dalla fabbrica
Regia: Harum Farocki
Nazione ed anno: Germania, 1995
Durata: 36'
Genere: documentario

Ricognizione tutta cinematografica del mondo del lavoro, reincarnato nel gesto tante volte ripreso (tanto da essere anche la situazione del primo film mai girato, Operai che escono dalla fabbrica Lumiere a Lione dei fratelli Lumiére) dell'uscita degli operai dalla fabbrica. Zona intermedia tra il mirabile e l'orrore, tra il traversabile e l'invalicabile, quella dei cancelli delle fabbrica è il topos per eccellenza della cinematografia. Ecco che inizia dunque un percorso quasi tematico, cercando di capire le motivazione di tanto fascino e insieme repulsione (quasi mai il cinema si è spinto oltre i cancelli, all'interno della fabbrica. C'è un piccolo filo rosso che collega questo film a Prison Images: oltre ad una sequenza riutilizzata (una detentuta che va a lavoro per poi essere riportata in prigione) che crea una complementarità tra i due film, c'è anche e soprattutto l'idea che le fabbriche siano le carceri moderne e che solo l'uscita degli operai dalle fabbriche dia la cifra della società di massa in tutto la sua complessità-semplicità. Allora genesi del cinema e società di massa vengono a coincidere in un rapporto simbiotico: solo in quel momento il cinema viene inventato, secondo Farocki. Se da una parte è messa in critica del cinema stesso (come comportarsi di fronte a tutto ciò?) dall'altra la pellicole è sottile e inquietante presagio a quello che sarà l'epoca dell'immagine controllo, alle sue soglie nel 1995, già a pieno regime dal 2001 in poi (l'evento simbolo: il crollo delle torri gemelle) e che trova già una importante analisi nella pellicola del 2000 di Farocki, il già ampiamente commentato Prison Images.

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