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HARUM FAROCKI INAUGURA IL TEKFESTIVAL

HARUM FAROCKI INAUGURA IL TEKFESTIVAL

Pronti, via. Il TEKfestival, giunto quest'anno alla sua settima edizione, apre la rassegna al Cinema Trevi con uno dei suoi fiori all'occhiello: il Focus dedicato a Harum Farocki. Il filmmaker tedesco di origine ceca è sicuramente uno dei documentaristi sperimentali più apprezzati, anche se in  Italia risulta essere, come per molti altri artisti e registi, totalmente sconosciuto. Attraverso la selezione di otto tra i suoi oltre 90 lavori, il Focus si propone di seguire per grandi linea la sua intera carriera, dai lavori degli anni '70 ai nostri giorni.
La prima giornata propone due film: Nicht Ohne Risiko del 2004 e Bilder der Welt und Inschrift des Krieges del 1988.

Nicht Ohne Risiko/ Nothing ventured/ Non senza rischio
Regia: Harum Farocki
Nazione e Anno: Germania, 2004
Durata: 50'
Genere: documentario

Un'avventura in una microcellula del capitalismo contemporaneo. Come una mosca sul muro, la camera di Farocki segue silenziosa e distaccata la transizione finanziaria tra una piccola società bisognosa di capitali per il lancio di un nuovo prodotto e una società di medie dimensioni. Farocki non si lascia andare mai a commenti se non a ripetizione di dati fondamentali della trattativa e l'utilizzo di grafici 3D sull'utilizzo del nuovo macchinario. Strano a dirsi, il tutto funziona e lasciarsi trascinare in questo mondo perlopiù inesplorato e ignoto ai non addetti ai lavori è quasi inevitabile. Una didascalia al capitalismo contemporaneo assolutamente necessaria e imprescindibile.

Bilder der Welt und Inschrift des Krieges/ Images of the World and the Inscription of War/ Le immagini del mondo e l'iscrizione della guerra (nella foto)
Regia: Harum Farocki
Nazione e anno: Germania, 1988
Durata: 75'
Genere: documentario

Dall'immagine ai numeri e viceversa: attraverso un collage quasi per attrazione (in senso eisensteiniano) Farocky porta avanti una interessante critica non solo alla guerra e il suo rapporto con le immagini (cosa che alla soglia degli '90 diventa quasi profezia), ma dell'illusorietà stessa dell'immagine e della sua "pericolosità". La potenza dell'immagine quando ancora nessuno ne parlava: il risultato è uno straniante presagio che si affaccia e si impone attraverso un linguaggio che proprio grazie all'immagine è quello che è. È l'epoca dell'immagine del mondo, seguendo Heidegger, richiamato nel titolo: se prima l'immagine doveva essere misurata, con il nazismo è il numero che deve essere immagine. Il risultato è una reificazione del mondo, che se applicata al particolare contesto della seconda guerra mondiale e del suor apporto con le fotografie aeree si ottiene la cifra di quell'illusorietà dell'immagine che diventa problema sempre più urgente e che il cinema deve continuare a porsi.

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