Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Scambia informazioni

Syndicate content

JARHEAD

di Sam Mendes

Soggetto: tratto dall’omonimo libro di Anthony Swofford
Sceneggiatura: William Broyles Jr.
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Walter Munch
Musiche: Thomas Newman
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Lucas Black, Chris Cooper, Jamie Foxx, Bryan Gerghty, Jacob Vargas, Laz Alonso, Evan Jones
Produzione: Universal Pictures, Mp Kappa Productions, Lucy Fisher/Douglas Wick Productions, Neal Street Production
Distribuzione: UIP
Nazionalità ed anno: USA, 2005
Durata: 123’
Data di uscita: 17 febbraio 2006
JARHEAD
5
Jarhead è accecato dal bianco di un deserto eterno. Jarhead è contaminato dal nero di un deserto incenerito e ricoperto di petrolio. Jarhead è il rosso di un deserto che prende fuoco dalle viscere. Jarhead si addestra. E aspetta. Jarhead, se non spara almeno un colpo, impazzisce. Jarhead ritorna. La vita intorno è volata via, andata avanti. E lui, solo, continua a vedere il deserto. Jarhead è un grandissimo film.
Dopo American Beauty e Road to Perdition (Era mio padre), Sam Mendes dirige – dall’omonimo libro dell’ex marine Anthony Swofford – uno dei film più significativi sulla concezione attuale di Guerra. Una guerra che si combatte nell’attesa di uno scontro, preparandosi ad un conflitto che, come fu per Swofford (interpretato da un più che convincente Jake Gyllenhaal) nel Golfo del 1990, si può dire sia durato 4 giorni in quasi un anno di stanziamento nel deserto. Jarhead, termine gergale con cui si identificano i Marine (“teste a barattolo”), diventa allora compendio estremamente cristallino di un intero filone, assestandosi senza troppe difficoltà nel gotha della recente (e non) filmografia bellica: c’è tanto di Full Metal Jacket – nel rendiconto di un addestramento tanto maniacale quanto snervante, con annessa “filastrocca” su “questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui…” – e un vago sentore (con tutte le differenze possibili ed immaginabili) del zurliniano Il deserto dei tartari, irripetibile trasposizione dell’omonimo capolavoro di Buzzati. C’è il meraviglioso e “plateale” rimando ad Apocalypse Now, riproposto in visione cameratesca con tanto di tifo sfrenato alla comparsa degli elicotteri sostenuti dalla wagneriana "Cavalcata delle Valchirie", c’è la consapevole presa di coscienza nei confronti dell’aberrazione a cui può condurre cotanta esaltazione verso la morte.
Stupisce anche dal punto di vista estetico, Jarhead, fortemente caratterizzato da scelte cromatiche di fortissimo impatto, sostenute dalle luci di un grandissimo Roger Deakins (abituale direttore della fotografia dei fratelli Coen, a lui si deve il miracoloso bianco e nero de L’uomo che non c’era), quanto mai abile a sottolineare le tre fasi del meno che mai ridente “soggiorno” nel deserto saudita: il bianco abbagliante in cui si staglia la visione dei soldati accerchiati da orizzonti indefiniti, il nero del petrolio che ricopre la notte e le dune dopo l’esplosione dei pozzi, il rosso delle fiamme che avvolge il buio di una fine che sembra ormai prossima.
Sarà stato tutto inutile, a conti fatti, il nemico non lo hai visto nemmeno ad un chilometro di distanza. O forse sì, ma hanno preferito fermarti prima che lo centrassi. E al tuo ritorno, Jarhead, quando la vita (quella vera) non ha voluto saperne di aspettarti, dalla finestra della tua casa l’unica strada che vedrai sarà quella del deserto. Eterno.
Vergognosamente e, forse, “politicamente” ignorato dalle candidature ai prossimi Oscar.   
accedi o registrati per inviare commenti