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L’ALTRA DONNA DEL RE
di Justin Chadwick
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Kieran Mcguigan
Montaggio: Carol Littleton, A.C.E., Paul Knight
Musiche: Paul Cantelon
Scenografia: John-Paul Kelly
Costumi: Sandy Powell
Interpreti: Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, David Morrissey, Kristin Scott Thomas, Mark Rylance, Jim Sturgess
Produzione: Focus Features, Columbia Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: UK/USA, 2008
Durata: 115'
Data di uscita: 24 Aprile 2008
Titolo originale: The other Boleyn girl
Sito ufficiale
Sito italiano
Soundtrack
Mentre noi aspettiamo che Dell'Utri riscriva i libri di storia, ad Hollywood non perdono tempo e con L'altra donna del re ci propongono l'ennesimo pezzo di storia inglese riveduto e corretto. In questa nuova entusiasmante puntata scopriamo infatti che Enrico VIII, nell'ordine, ripudia la moglie Caterina d'Aragona (mettendo a repentaglio i rapporti con la Spagna) e rompe con la più influente e più grande potenza politico-religiosa dell'epoca (anche di oggi?), la Chiesa di Roma, perché Natalie Portman non gliela dà.
Intendiamoci, non pretendiamo che il cinema sia sempre storicamente attendibile: il cinema lavora sulla finzione e ci sono grandissimi film storici che storici non sono affatto, ma che, paradossalmente, interpretano e fanno fuoriuscire la Storia in quanto tale ben oltre qualsiasi rigoroso documentario scientifico.
Non è questo il caso de L'altra donna del re. Anzi la Storia, nonostante ci si riempia la bocca di intensi lavori di ricostruzione, indagini e consulenze con esimi professoroni, viene a prostituirsi a ennesimo pretesto per storiacce di triangolo amorosi più o meno incestuosi degni delle peggiori soap. E dire che tecnicamente il film prometteva bene, almeno a giudicare da alcune scelte. Non manca infatti nella composizione delle inquadrature, nelle scelte dei movimenti di macchina (molto interessante in questo senso la riorganizzazione interna del quadro cinematografico, laddove le inquadrature sono a loro volta ritagliate in scorci prospettici dagli ambienti stessi) e nell'utilizzo della fotografia, un certo gusto di citazione della storia dell'arte: pare infatti di assistere a vere e proprie ricomposizioni dei grandi artisti dell'epoca, da Vermeer a Velasquez, laddove a giocare una parte importante è proprio la riorganizzazione degli spazi e delle profondità, uniti con una scelta fotografica spesso sgargiante, soprattutto nei fastosi interni dei palazzi del potere inglesi.
Una via interessante dunque, ma che finisce per essere solo un sentiero secondario, macinato dall'asfalto del commerciale e del banale, alla ricerca della via più semplice che possa soddisfare nell'immediato gli appetiti di senso cotto e mangiato dello spettatore anestetizzato e privato di qualsiasi piacere dell'elaborazione. Tutto e subito, senza sforzo: anything goes, tutto ha senso, va bene tutto. In questo calderone anestetico, L'altra donna del re fallisce persino nel suo semplice compito di intrattenere: lungo, lunghissimo, scontato e banale il tutto si fa sempre più pesante e noioso fino alla "tremenderrima" conclusione dove, come nelle peggiori soap tutto finisce in un tragico e inquietante fermo immagine patinato e pateticamente provvidenziale (altro che Manzoni!) di una bambina dai capelli rossi immersa nel grano che fa tanto Gladiatore. Sì, avete indovinato: è proprio Elizabeth che torna a perseguitarci cinematograficamente per l'ennesima volta.
Ma che abbiamo fatto di male?



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