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TRUMAN CAPOTE - A SANGUE FREDDO
di Bennett Miller
Soggetto: tratto dal romanzo biografico “Capote” di Gerald Clarke
Sceneggiatura: Dan Futterman
Fotografia: Adam Kimmel
Montaggio: Christopher Tellefsen
Musiche: Thomas Newman
Interpreti: Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Bruce Greenwood, Bob Balaban, Mark Pellegrino, Chris Cooper
Produzione: A-Line Pictures/ Cooper’s Town Productions/ Infinity Media
Distribuzione: Sony Pictures Releasing
Nazionalità ed anno: Canada/USA, 2005
Durata: 113’
Data di uscita: 18 febbraio 2006
Titolo originale: Capote
Note: Candidato a 5 Premi Oscar
3 e mezzo
Il racconto letterario del racconto letterario del racconto letterario. Immagini mediate dalle parole. Il produttore esecutivo ed esordiente sceneggiatore (con esperienza di attore per la TV, il teatro ed il cinema) Dan Futterman ha adattato per il grande schermo la biografia “Capote” (1988) di Gerald Clarke, realizzata in tredici anni. A sua volta, lo scrittore Truman Capote in sei anni firmò il proprio capolavoro, “A sangue freddo” (1966).
Lanciò così un nuovo genere - ottenendo la celebrità e facendo scuola - da lui stesso battezzato “non-fiction novel” (cioè le tecniche romanzesche applicate alla cronaca). La cui genesi è il tema del film. La regia è di Bennett Miller, documentarista (The Cruise) e autore di spot pubblicitari, da sempre amico di Futterman.
Al di là della grande somiglianza con Capote, Philip Seymour Hoffman (che recita anche a teatro ed interpreta quasi sempre buone pellicole, ad esempio Boogie Nights, Happiness, Magnolia, Hollywood, Vermont, La 25° ora, Ubriaco d’amore) si è guadagnato la nomination all’Oscar.
Figlio di un piccolo truffatore e di un’alcolista violenta e suicida, Truman Streckfus Person (Capote è il cognome assunto dopo il secondo matrimonio materno) fu adottato dalle zie. Memoria fotografica (si vantava di ricordare il 94% di ogni conversazione e lettura), eccentrico, animatore del jet set newyorkese, dopo aver realizzato sceneggiature per i registi De Sica, Huston, Edwards e dopo aver raggiunto la fama con “Colazione da Tiffany”, nel ’59 sfogliando un quotidiano si imbatté nei personaggi di una terribile vicenda di “nera”: una famiglia di quattro persone sterminata per una stupida rapina e i responsabili del fatto, una coppia di pregiudicati. Convinto che fosse un esempio dell’ esistenza di “un’America dalla doppia faccia, una per bene e una violenta, il ventre molle”, quasi per vanità decise di farne un libro (da cui in seguito Richard Brooks ricavò un film che ottenne quattro candidature all’Oscar e Jonathan Kaplan una versione televisiva). Non si rese conto di avventurarsi in un’ esperienza che avrebbe segnato la sua esistenza. Cominciò a visitare in carcere i due condannati in attesa di venir giustiziati. Li aiutò con un avvocato e con l’appello, mantenendo un costante contatto, anche epistolare, in particolare con Perry Smith (Clifton Collins Jr.), con il quale sviluppò una sorta di identificazione data da un passato che sentiva li accomunasse (“è come se fossimo cresciuti nella stessa casa. Ad un certo punto lui se n’è andato uscendo dalla porta sul retro, e io da quella davanti”). Si tratterà però di un rapporto falsato, da una parte cercato per disperazione e dall’altra interessato. Capote comunque riuscirà abilmente a farsi rivelare i fatti in una confessione sconvolgente. Come lo sarà d’altronde assistere all’esecuzione per impiccagione, atteso (e al tempo stesso, forse, mai voluto) evento per l’epilogo del romanzo.
Il film rimarca questo aspetto dell’egocentrismo presuntuoso di un uomo – conseguenza del punto debole dato da un’infanzia drammatica – che si sente indifferente testimone di umane nefandezze. Ma che, di fronte ai demoni che si troverà davanti e che continua a portarsi dietro, finirà sopraffatto.
Candidato a 5 premi Oscar (Miglior attore protagonista, Migliore attrice non protagonista – Catherine Keener nei panni dell’amica Harper Lee – Miglior Film, Miglior Regia, Miglior sceneggiatura non originale).
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