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OXFORD MURDERS – TEOREMA DI UN DELITTO
di Alex de la Iglesia
Sceneggiatura: Alex de la Iglesia, Jorge Guerricaechevarría
Fotografia: Kiko de la Rica
Montaggio: Alejandro Làzaro
Musiche: Roque Banos
Costumi: Paco Delgado
Interpreti: Elijah Wood, John Hurt, Leonor Waitling, Julie Cox, Anna Massey, Alex Cox, Dominique Pinon, Jim Carter
Produzione: Tornasol Films, La Fabrique de Films
Distribuzione: Warner Bros Italia
Nazionalità ed anno: Spagna/Francia, 2008
Durata: 110'
Data di uscita: 11 Aprile 2008
Titolo originale: Los crìmenes de Oxford/Crimes à Oxford
Sito ufficiale
Sito italiano
Deflagrare e contenere. È in questa sorta di esplosione trattenuta che si risolve Oxford Murders - Teorema di un delitto, giallo estremo dalle tinte nere di Alex de la Iglesia, regista spagnolo già vincitore di diversi Goya in passato. Nel suo porsi allo stesso tempo sia all'interno che all'esterno del genere de la Iglesia porta fino al limite dell'esplosione le strutture classiche del genere giallo (nella sua accezione più piena: il romanzo all'inglese di Doyle e Christie) pur mantenendole e contenendole in quelle stesse strutture già deflagrate.
E gioca: dispone i personaggi come in una scacchiera composta come una sequenza logica attraverso un pregevole pianosequenza (finto: mente sapendo di mentire. Il cinema menzogna fin dalla sua grammatica - ma è già sempre menzogna veritiera in un modo o nell'altro) che dispone e in qualche modo già risolve fin dal primo elemento della serie. Se la soluzione è già dichiarata, il resto è il diramarsi delle onde provocate dal sasso gettato nell'acqua: detonatori impazziti e ingannevoli di un cinema che gioca e fa giocare, che smentisce si pone domande a cui non può rispondere. Ma è in questo non-senso assurdo (nel suo essere assolutamente logico e matematico) che il cinema ritrova la sua essenza: verità che è già sempre bugia, inganno, finzione. Così anche lo spettatore è pedina inconsapevole sulla scacchiera, già sempre manovrata nell'illusione di manovrare, animale da cavia alla mercè di contentini scientifici snocciolati come arachidi: da Eisenberg a Wittgenstein tutto è arma del cinema.
In questo inganno continuo, esploso e contenuto, estremo ed eccentrico che è il cinema (il posto dove è presente il più alto tasso di verità del pianeta" parafrasando il film) lo spettatore viene ineluttabilmente risucchiato raccogliendo indizi, pronosticando soluzioni, risolvendo enigmi (e il cinema dà il tempo allo spettatore per risolverli, come nelle soluzioni a fondo pagine della settimana enigmistica). Ma alla fine l'inganno si svela in un nuovo inganno: allo spettatore non resta che la perplessità e al disorientamento che chiudono il film. Il colpevole? Azzardiamo: è stato il regista, nel buio della sala cinematografica con la macchina da presa. O meglio, il cinema.


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