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IN AMORE NIENTE REGOLE
di George Clooney
Soggetto: Duncan Brantley
Sceneggiatura: Duncan Brantley, Rick Reilly
Fotografia: Newton Thomas Sigel
Montaggio: Stephen Mirrione
Musiche: Randy Newman
Scenografia: Jim Bissel
Costumi: Louise Frogley
Interpreti: George Clooney, Renèe Zellweger, John Krasinski, Jonathan Pryce, Malcom Goodwin, Matt Bushell
Produzione: Universal Pictures
Distribuzione: Universal
Nazionalità ed anno: USA, 2008
Durata: 114'
Data di uscita: 11 aprile 2008
Titolo originale: Leatherheads
Sito ufficiale
Sito italiano
Clooney atto terzo. Dopo aver scandagliato un pezzo di storia segreta della Cia, la commistione tra informazione e politica, il bell'attore americano si ripresenta nella doppia veste di attore e regista per la terza volta, cambiando genere narrativo, ma mantenendo un minimo comun denominatore. Clooney si trova infatti ancora una volta a fare i conti con il passato della propria nazione, andando a pescare nel vissuto del grande paese yankee, come se fosse un atto liberatorio per un cinema, quello odierno, che non riesce a comunicare più come in passato.
La ricerca del regista non sembra però frutto di un rifiuto dell'attualità cinematografica, quanto un appello a sfruttare appieno le potenzialità dell'immagine tecnologizzata di oggi per ritornare a comunicare con la stessa coerente semplicità e pregnanza del cinema classico americano. Operazione che riesce solo a metà: Clooney costruisce un film pulito, preciso, girato secondo i canoni più classici di un buon manuale di regia, quasi ai limiti del banale. E racconta con un pizzico di nostalgia di un mondo che non c'è più, quello degli anni del proibizionismo, pieno di cappellini, di giornalisti dall'immancabile fiaschetta di "acqua allegra", di uomini capaci di riconoscersi e di abbracciarsi fraternamente nel bel mezzo di una rissa.
Il pretesto è quello di seguire nelle sue peripezie una squadra di football, quando ancora questo sport non conosceva sponsor milionari, majorettes, contratti da far impallidire. Gli anni in cui ancora la parola "super bowl" non richiamava un brivido su per la schiena, e in cui i soldi erano talmente pochi che le docce si facevano con le magliette ancora indosso, in modo da risparmiare acqua, e da poterle poi asciugare appendendole fuori dai finestrini del treno che riportava tutti verso casa.
Lo scontro che si dipana sullo schermo, quello tra Dodge Connolly - interpretato dallo stesso Clooney - veterano ultraquarantenne degli infangati campi di una lega professionistica allora snobbata dal grande pubblico e il giovane Carter Rutheford, rampante asso della lega universitaria, è così uno scontro generazionale, ma è anche il confrontarsi tra l'attaccamento alle proprie radici di una generazione che faticava a riconoscere una modernità della quale pur astutamente si serviva, e quella totalmente proiettata nel futuro, incurante di un presente che correva a velocità folle e totalmente dimentica del proprio passato.
Ma Clooney non vuole tanto porre l'accento sull'aspetto sociologico dell'affare, quanto sulla diversità affettiva, sentimentale, che vivono i due personaggi. Così il vero trait d'union della storia diventa Lexie Littleron - interpretata da una tecnicissima, e per questo spesso poco naturale, Renèe Zellweger - giornalista d'assalto che fa sciogliere i cuori di entrambi.
La pellicola di Clooney è così perfetta, geometrica. Ma ad un livello per il quale tutti gli angoli vengono smussati, tutte le incertezze (di storia e di messa in scena) eliminate. La perfezione simmetrica della sceneggiatura e della messa in scena si tramuta così, dopo una buona prima ora, in una sostanziale piattezza della storia e del girato. Il triangolo sentimentale che viene inscenato è così privo di phatos, così come la pur allegra e simpatica avventura degli Duluth Bulldogs, ingabbiati in un film costruito con tecniche ultramoderne, con un cast attualissimo, ma che pare già datato, che sembra aver già sofferto alla prova del tempo.


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