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PER UNO SOLO DEI MIEI DUE OCCHI

di Avi Mograbi

Sceneggiatura: Avi Mograbi
Fotografia: Philippe Bellaiche
Montaggio: Avi Mograbi
Suono: Avi Mograbi, Dominique Vieillard
Produzione: Mograbi Productions, Les Films D'ici
Distribuzione: Fandango
Nazionalità ed anno: Francia/Israele, 2005
Durata: 100'
Data di uscita: 28 marzo 2008
Titolo originale: Pour un seul de mes deux yeux
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PER UNO SOLO DEI MIEI DUE OCCHI
4 e mezzo

"E' ora che gli ebrei capiscano. Chi meglio di loro può capire?". Pacato, con l'inossidabile e ferma consapevolezza di esporre meri dati di fatto inconfutabili, Avi Mograbi debutta col lungometraggio asciutto e nitido che accusa la sua stessa patria di un'imperdonabile colpa: la cecità. Davanti alla questione palestinese, che incalza oggi alle porte di qualsiasi coscienza socialmente avvertita, il regista istituisce un inquietante parallelo tra gli orrori subiti nella storia dal popolo ebraico e le umiliazioni inflitte giornalmente ai palestinesi da parte dello stesso esercito israeliano.
Masada si distende sotto lo sguardo del turista e dell'archeologo a testimoniare dopo duemila anni il suo fiero simbolismo. Qui il suicidio di massa del migliaio di Zeloti assediati nel 74 d.C. dalle truppe romane rivive oggi nel racconto commosso delle guide turistiche e dei maestri elementari, negli occhi increduli delle scolaresche, nella commozione di chi rievoca olocausto e persecuzioni. L'eco con cui giocano le voci dei bambini restituisce all'orecchio "Romani, non ci arrenderemo" e fa rabbrividire più di qualsiasi effetto speciale. Allo stesso modo inquieta fortemente la sequenza di immagini che racconta le truppe d'occupazione trincerate dietro burocrazia e pregiudizi, tronfie prese di posizione e orgoglio mal riposto: ambulanze rispedite al mittente, feriti bloccati per ore sotto il sole, varchi di checkpoint eternamente sprangati davanti ad una popolazione palestinese esasperata ed inferocita fino al maledicente "Che Dio li umili come loro umiliano noi". La morte è preferibile alla dominazione straniera, ricorda il biblico Sansone ad un popolo storicamente vessato e provato oltre il sopportabile: oggi, però, quella che viene inflitta dallo stesso popolo alle genti sorelle è una storia di vessazioni ininterrotte e spesso del tutto ingiustificate che porta l'aberrante Intifada sempre un passo più vicina. Così, uno scolaretto sugli otto anni riesce a sentenziare: "Se Sansone si suicida, è lui che sceglie come morire": la tragica ironia, il paradosso contenuto nella retorica della vendetta e del suicidio compongono un grido silenzioso enfatizzato da Mograbi organicamente e con metodo.
Abbiamo bisogno di questo. Abbiamo un disperato bisogno di portare il documento-documentario che lampeggia in sala tra i banchi di scuola, nelle case, facendo breccia nelle convenzioni e nei pregiudizi di cui non sa liberarsi chi non vive quotidianamente un simile dramma schizofrenico sulla propria pelle. Questo nostro Occidente cieco e sordo marcisce lentamente quanto tutto il resto, minato nella credibilità e nelle convinzioni dalla degenerazione delle più elementari norme di civiltà e mutuo rispetto calpestate a un passo da qui. "Che io possa vendicarmi per uno solo dei miei due occhi", chiede al suo Dio il protagonista del mito, accecato e indebolito, in procinto di far crollare l'intero tempio su di sé e sugli odiati Filistei: trasformata in ritornello rock durante un concerto di simpatizzanti per il razzista, terroristico Kahana, ex membro della Knesset, la frase diventa inumana minaccia. Che un Dio qualsiasi ci aiuti.

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