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IL CACCIATORE DI AQUILONI

di Marc Forster

Sceneggiatura: David Benioff
Fotografia: Roberto Schaefer, ASC
Montaggio: Matt Chessé, A.C.E.
Musiche: Alberto Iglesias
Scenografia: Carlos Conti
Costumi: Frank Fleming
Interpreti: Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni, Saïd Taghmaoui, Zekiria Ebrahibi, Ahmad Khan Mahmoodzada, Ali Danesh Bakhtyari
Produzione: DreamWorks SKG, MacDonald/Parkes Productions, Neal Street Productions, Participant Productions, Sidney Kimmel Entertainment, Wonderland Films
Distribuzione: Filmauro
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 131'
Data di uscita: 28 marzo 2008
Titolo originale: The kite runner
Sito ufficiale 
Sito italiano

IL CACCIATORE DI AQUILONI
4

"Esiste un modo per tornare a essere buoni". Il passato chiama a gran voce, con gli artigli che solo gli incubi vantano, lo scrittore in erba Amir, felicemente sistemato in terra americana con moglie amatissima e libro appena sfornato. Le origini afgane, che celano trascorsi piombati dalla più lieta incoscienza infantile alla feroce consapevolezza degli anni dell'occupazione russa, reclamano però il suo ritorno in patria dalla cornetta di un telefono squillato all'improvviso: i conti coi propri fantasmi non tarderanno ad essere saldati una volta per tutte.
Dall'omonimo e ormai noto testo di Khaled Hosseini, lo sceneggiatore fedelissimo David Benioff e il regista Marc Forster (Monster's ball, Neverland) traggono il loro Cacciatore di aquiloni pronti a battaglie ben più grandi di un'eventuale, improbabile critica piccata. I piccoli ma straordinari interpreti del film (Zekiria Ebrahimi e Ahmad Khan Mahmoodzada) sono stati infatti oggetto di aspra condanna nel proprio Paese, fino alle minacce per sé e i familiari e ad un esodo forzato. Facile dunque cogliere le mille implicazioni nascoste sotto un romanzo giudicato da alcuni capolavoro, da altri ruffianeria, ma universalmente ritenuto efficace e meritorio ritratto degli orrori vissuti da uno Stato abbandonato troppo spesso ai propri demoni personali. L'amicizia nata tra il figlioletto di un ricco pashtun e il suo servitore azara, Amir e Hassan, al di là e al di sopra di qualsiasi condizionamento razzista o classista, ha dunque in larga misura il sapore di una favola dall'ottimo potere taumaturgico. Un'infanzia spezzata, un mortale senso di colpa e il precipitare della situazione politica recideranno il tenerissimo legame come il filo degli aquiloni che la Kabul del 1975 ospita in nidiate multicolori, fino all'evoluzione presente infarcita di rimpianti e di non detti e al rocambolesco finale - ritorno alla più pura favola, ma tant'è - che allarga il cuore dello spettatore in uno speranzoso sollievo un po' incredulo e quasi agognato.
Nell'adattamento che abbiamo davanti, assieme a quelle dei due baby attori - così antihollywoodiani, e per questo forse altrettanto memorabili - spiccano le prestazioni eccellenti di Khalid Abdalla e Homayoun Ershadi, rispettivamente interpreti di Amir adulto e di suo padre Baba. La commozione è sempre in agguato ma mai spudoratamente forzata. L'involuzione della terra afgana, coloratissima e viva negli anni Settanta, è su pellicola impeccabile e affascinante. Dopo trent'anni le donne sono spettri, statue. Sepolte vive sotto veli impenetrabili, lapidate con l'impassibile avallo di una popolazione troppo terrorizzata per riconquistare dignità e autodeterminazione, contribuiscono iconicamente a dipingere l'Afghanistan talebano. "Mi sento come un turista nel mio stesso Paese", osserva sconvolto Amir sotto la barba posticcia che lo protegge da un'immediata fucilazione. Ribatte la sua guida: "È sempre stato un turista qui, solo che non lo sapeva".

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