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LA BANDA

di Eran Kolirin

Sceneggiatura: Eran Kolirin
Fotografia: Shai Goldman
Montaggio: Arik Lahav Leibovitz
Musiche: Habib Shehadeh Hanna
Scenografia: Eitan Lvei
Costumi: Doron Ashkenazi
Interpreti: Ronit Elkabetz, Sasson Gabai, Uri Gavriel, Imad Jabarin, Ahuva Keren, Rubi Moskovitz, Khalifa Natour, Eyad Sheety, Saleh Bakri.
Produzione: July-August Productions, Bleiberg Entertrainment, Sophie Dulac Productions
Distribuzione: Mikado
Nazionalità ed anno: Israele / Francia, 2007
Durata: 90'
Data di uscita: 21 marzo 2008
Titolo originale: Bikur Ha-Tizmoret / The band's visit
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Sito italiano  
Trailer

LA BANDA
3 e mezzo

Israele ed Egitto, una vicinanza complicata, due paese confinanti con anni di guerra alle spalle e questioni mai risolte. Eppure, come racconta il regista, negli anni ottanta il venerdì pomeriggio la televisione israeliana trasmetteva ore ed ore di film egiziani con protagonisti belli e impossibili. Proprio un gruppo di egiziani, la banda musicale del titolo, sbarca in un paesino israeliano attraversato da un'autostrada con grandi lampioni.
La banda infatti non ha trovato all'aeroporto chi doveva accoglierli, ed il cocciuto "direttore d'orchestra" decide di condurre i suoi a destinazione senza consultare l'Ambasciata d'Egitto. Goffo tentativo, goffo risultato: la città cercata era naturalmente un'altra, e non questa poco ridente località, dove non c'è nessun centro di cultura araba da inaugurare, proprio perché "qui non c'è per niente cultura, né araba, né israeliana" come dice la protagonista femminile, Dina, una ragazza del luogo.
Ma da questo incontro tra due realtà, la banda della polizia di Alessandria e gli abitanti di un paesello israeliano lontano dalle grandi città, possono nascere interessanti ed inaspettati percorsi: qualcuno sarà solo un ospite indesiderato, qualcuno contribuirà alla nascita di un amore, qualcun altro si limiterà a dormire sul pavimento di uno squallido ristorante.
Un  piccolo film che cerca insomma di andare oltre le differenze etniche e culturali, per restituirci una realtà che vuole essere soprattutto profondamente umana. Ci riesce forse senza entusiasmare troppo ma anche (davvero difficile in questi casi!) senza scadere mai nel ridicolo. Alcune scene poi, sono da antologia, come quella dove il giovane, bello ed irrequieto latin lover della banda canta Chet Baker alla signorina dell'ufficio informazioni degli autobus, o le sequenze nella discoteca locale, al cui confronto la sala da ballo di Berlinguer ti voglio bene è il posto più bello del mondo.
Una cinematografia, quella israeliana, straordinariamente vitale e che produce opere interessanti anche quando non parla dell'eterna guerra (come l'acclamato Meduse recentemente uscito in sala anche in Italia). Qui i conflitti sono solo accennati, pesati, e la violenza non c'è. C'è, casomai, un tentativo di mostrare come superarli questi conflitti, con l'ospitalità, l'accoglienza, facendo leva su comuni interessi, istinti e difficoltà.
Non si può evitare poi di polemizzare, ancora, con il doppiaggio: se arabo ed ebraico sono lasciati in originale, c'è da ipotizzare che la lingua che parlano fra di loro israeliani ed egiziani sia l'inglese, che nel film viene però doppiata. Cosicché le persone, nello stesso film, parlano con due voci diverse, una doppiata orrendamente in italiano, e l'altra nella lingua di appartenenza. Uno svilimento unico.

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