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BERLINO56_ PROVACI ANCORA MICHEL!

Non convince del tutto il nuovo film di Michel Gondry, The Science of Sleep, presentato ieri sera, Fuori Concorso, al Festival di Berlino

BERLINO56_ PROVACI ANCORA MICHEL!
Non si risparmia in produttività il regista (ormai cult) francese Michel Gondry (nella foto), oggi qui al festival di Berlino, dove è presente con ben due pellicole: oltre a The Science of Sleep porta alla Berlinale il documentario Block Party. Ma andiamo per ordine. The Science of Sleep (recentemente passato al Sundance Film Festival e distribuito in Italia da Mikado in primavera) è il primo dei due film “gondriani” che abbiamo visto ieri sera alla proiezione per la stampa internazionale.
Diciamo subito che il regista del geniale Eternal Sunshine of the Spotless Mind questa volta non ci ha proprio convinto. E ci dispiace, perché il talento è evidente come il sole e la sua originalità sembra crescere. In quasi due ore di pellicola, The Science of  Sleep racconta del simpatico artista naif Stephane (un meraviglioso Gael Garcia Bernal, coloratissimo nei vestiti e con le movenze di un folletto) che vive perennemente tra realtà e immaginazione. Tra le sue creature, giusto per intenderci, un calendario scandito mensilmente dalle catastrofi mondiali, da lui rappresentate. In un difficile equilibrio tra il mondo della fantasia e quello della realtà, è quest’ultima a prendere il sopravvento al punto tale da non permettere a lui – ma neppure agli spettatori – di distinguere quanto sia vero e quanto sia immaginato. Stephane si innamora di Stephanie (Charlotte Gainsbourg), una ragazza sognatrice quanto lui. Alice nel paese delle meraviglie al quadrato: il rapporto tra i due è assolutamente costruito sulla creazione di mondi incredibili, tra finti studi televisivi (creati dal folletto Stephane) e situazioni di suoni e visioni assurde come la creazione di una sgangherata “macchina del tempo”. Tra un sogno e l’altro, Stephane e Stephanie si frequentano, arrivano a volersi bene ma mai a diventare una coppia come nei desideri di lui. E sopraggiunge una tenera tristezza negli occhi del ragazzo, che in fondo ci conquista. Un finale aperto, è giusto che sia così.
Gondry si serve dell’animazione per realizzare visioni impossibili, e sono queste le parti più riuscite e divertenti del film. Perché a questo manca la forza, la poesia, la bellezza autentica di Eternal Sunshine (citato con la marca fittizia della macchina da presa Eterna 500) e, sinceramente, non ci lascia altro che un sorriso in più. Il peso in sceneggiatura di un certo Charlie Kaufman, d'altronde, è difficilmente sostituibile.
Dal nostro inviato
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