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COLPO D’OCCHIO

di Sergio Rubini

Sceneggiatura: Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Giogio' Franchini
Musiche: Pino Donaggio
Scenografia: Luca Gobbi
Costumi: Patrizia Chiericoni, Florence Emir
Interpreti: Sergio Rubini, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Richard Sammell, Paola Barale, Emanuele Salce, Giancarlo Ratti, Giorgio Colangeli, Emma Bauer, Flavio Parenti
Produzione: Rai Cinema, Cattleya
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2008
Durata: 110'
Data di uscita: 20 marzo 2008    
Sito ufficiale

COLPO D’OCCHIO
1 e mezzo

"Picasso diceva che i mediocri imitano, gli artisti rubano". Già Rubini, all'interno della stessa sceneggiatura, così mette le mani avanti e si cautela contro qualsiasi mozione contraria alle suggestioni pseudoalleniane e al senso di dejà vu che permeano la pellicola. L'artista ruba: facciamone un vanto, allora. Dopo il convincente La terra, l'attore e regista pugliese torna dietro la macchina da presa fregiandosi di un valore (commerciale) aggiunto che sarebbe ipocrita non evidenziare immediatamente: il conterraneo Riccardo Scamarcio, esule dai vari 3MSC e HVDT (così le fan registrano telegraficamente i successi mocciani della generazione sms) dona la presa sulle adolescenti ad un botteghino che si preannuncia rovente.
Adrian (Scamarcio, che alterna una piatta artificiosità autocompiaciuta a brevissimi guizzi d'ingegno presto soffocati) ha l'età indefinita da attor giovane e si diletta di scultura d'avanguardia, pur "senza aver mai studiato un cazzo", dice lui. S'illumina d'immenso incontrando l'altrettanto fresca Gloria (Vittoria Puccini, da Rivombrosa con furore e con la lacrimuccia sempre in tasca - ma perché?), pupilla del mefistofelico critico Lulli (lo stesso Rubini, purtroppo monocorde quasi per l'intera durata del film). Compiono mai troppo rapide incursioni ulteriori maschere del genere: la donna fatale Sonia (Paola Barale, riesumata per l'occasione, a un passo dalla caricatura), il fido galoppino Righi (Emanuele Salce, condannato al cliché). Lo scenario d'arte contemporanea è mero pretesto. Gli ingredienti del giallo-melò sono tutti in fila, pronti per propinare al pubblico un Match point all'amatriciana che non riesce a convincere chi siede in sala. La suspense è relativa, visti i turning point sostanzialmente prevedibili che lo script di Pasquini-Cavalluzzi-Rubini presto adotta. Il balletto di odio e ammirazione tra mentore e allievo, amante e tradito, sfrontatezza ed esperienza fa dello stereotipo un punto di forza senza però supportare la suggestione con mezzi espressivi adeguati e, in qualche misura, credibili.
È il target, dunque, a rendere perplessi in prima battuta. Perché, a cimentarsi con questo insolito thriller d'autore all'italiana (lontano il pasticciaccio di Cemento armato, certo), sarà un pubblico di quantomeno curiosa composizione. Il cinefilo dilettante, fidandosi del Rubini d'annata, resterà eufemisticamente perplesso davanti ad una recitazione enfatizzata ed eccessiva che oscilla in zona fiction tv pur mirando programmaticamente allo storico noir; le scamarcette in libera uscita, dai dieci anni in su, faranno la fortuna dell'intera operazione, ma una volta in sala si troveranno di fronte ad un'opera di sapore nettamente diverso dalle baruffe sentimental-ormonali di personaggi-figurine come Step e Babi - e, probabilmente, resteranno superficialmente basite. Quindi, ci domandiamo: perché non accantonare il glamour e assecondare fino in fondo la vocazione autoriale di un film che in questi panni risulta solo presuntuoso? E soprattutto: Elio Germano aveva da fare?

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