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GOD SAVE THE PUNK!

La parabola del punk a trent'anni dalla sua nascita, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 30 marzo

GOD SAVE THE PUNK!

I Sex Pistols stonavano God save the Queen in modo irriverente nel 1977, anno del giubileo d'argento di Elisabetta II d'Inghilterra. Dal palco del Teatro Vascello di Roma fino al 30 marzo si intona, a trent'anni di distanza, God Save the Punk! E' un modo per ricordare l'importanza di un fenomeno sociale e di costume che, attraverso una musica indemoniata, ha raccontato il disagio e i bisogni di una generazione lasciata ai margini, incapace di riconoscersi nei valori dominanti.
Come indica il titolo del film documentario su Joe Strummer, leader dei Clash scomparso nel 2002, "Il futuro non è scritto", e non lo sarebbe stato per molti. Come stelle cadenti, capaci di farsi anticorpi di un regime che volevano smantellare, hanno attraversato l'empireo musicale, bruciandosi velocemente, parecchi di coloro che hanno vissuto sulla loro pelle il punk.
Ha molte paternità questa parola che a lungo, tra gli anni Settanta e Ottanta, ha terrorizzato famiglie "per bene" americane e inglesi, che temevano la "scimmia" del Punk si portasse via i loro bravi ragazzi. Nel dizionario, punk è sinonimo di "fenomeno da due soldi, di bassa qualità". La maggior parte dei "boys" che si inventavano musicisti, non sapeva suonare: Sid Vicious strimpellava due accordi, ma sul palco esplodeva la sua rabbia.
God Save the Punk nasce dalla mente creativa dell'attrice e regista Carmen Gravina, sostenuta da Marco Odino e Aldo Vinci. Dalla lettura, un anno fa, del libro "Please Kill Me" di Legs McNeil e Gillian McCain (Castoldi Dalai Editore) è avvenuta la folgorazione, e di lì l'idea dello spettacolo che è al suo debutto nazionale. Un'ora e mezzo di musiche, immagini di repertorio, storie incarnate dai tre bravi protagonisti: Enrico Salimbeni, Nicole De Leo e Fabio Gomiero vestono i panni di volta in volta di Iggy Pop, Lou Reed, Patti Smith, i "fratelli" Ramones, New York Dolls, Dead Boys, Sex Pistols. Di fronte agli spettatori tre schermi, uno centrale  e due laterali: all'inizio dello spettacolo rimandano l'immagine di un angelo da cimitero monumentale, e colline di croci attraversate da nuvole sempre più veloci. Fino a quando entrano i tre protagonisti che con malinconia ci parlano di speranze estinte troppo in fretta. All'intonare di My Way di Frank Sinatra, scatta sugli schermi il countdown che ci proietta dal 2008 al 1968, mentre scorrono le immagini di Saddam Hussein, di Papa Wojtyła, di Bush Senior, di Nixon, e dell'inferno del Vietnam.
Sulle note di Perfect Day di Lou Reed, scorrono quadri di felici famiglie americane, prototipo censoreo di qualsiasi identità. Si parte da lontano, dalla Pop Art e dalla Factory di Andy Warhol che lanciò Lou Reed e i Velvet Underground, in arrivo la nordica Nico, e sul primo album si imprime la mitica banana da sbucciare. Da allora la vita avrebbe concesso sesso, droga, eccessi a molti, come ci ricordano le storie narrate che passano dall'ironia al dramma, mentre si ascolta un'ampia selezione musicale a cura di Pivio&Aldo De Scalzi targata Punk. Sul palco le uniche scenografie sono digitalizzate sui tre schermi, con un impianto da Vj Set con il quale il grafico Sergio Gazzo "suona" in diretta immagini di repertorio provenienti dalla rete libera di internet.
Uno dei suoi padri ispiratori, William Burroughs, diceva: "Ho sempre pensato che un punk fosse uno che lo prendeva in culo." L'avrebbero preso spesso, soprattutto dalla vita. "Muori per la musica. Non vorresti morire per qualcosa di carino?" pensava Lou Reed. Non era uno scherzo, ma un gioco fin troppo serio quello vissuto da molti.
Alla fine dello spettacolo ritornano l'angelo e le croci sugli schermi. "Gli hippies sono stati capaci di sopravvivere a Richard Nixon. Il Punk dovette piegare la testa a Ronald Reagan". Inglobati dalle Major negli anni ottanta, come avvenne per Blondie, non rimane che elencare i morti: Sid Viciuos, Nico, i Ramones, i New York Dolls, e molti altri. 
È uno spettacolo appassionato e sincero God save the Punk, che ad ogni replica sta trovando la sua anima, viva e non nostalgica. Da vedere.

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