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FORSE DIO È MALATO

di Franco Brogi Taviani

Soggetto: liberamente ispirato all'omonimo libro di Walter Veltroni, pubblicato da BUR
Sceneggiatura: Franco Brogi Taviani
Fotografia: Stefano Moser
Montaggio: Alessandro Cerquetti
Musiche: originali di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, interpretate da  Siya Makuzeni
Produzione: Grazia Volpi per Ager 3
Distribuzione: Istituto Luce
Nazionalità ed anno: Italia, 2007
Durata: 90'
Data di uscita: 29 febbraio 2008       
Sito ufficiale 

FORSE DIO È MALATO
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Viaggio semidocumentaristico nell'Africa subsahariana contemporanea, con qualche concessione alla ricostruzione di fiction. Protagonisti i bambini e le donne di Mozambico, Angola, Uganda, Senegal, Camerun e Sudafrica. Liberamente ispirato all'omonimo libro di Walter Veltroni, che ha recentemente dichiarato: "Un film che dovrebbe far riflettere su cosa significhi vivere in una parte del mondo dove sopravvivere è una scommessa".
Se vai in giro in auto per le strade di città del Sudafrica, meglio tenere leggermente aperti i finestrini, anche soltanto di una fessura. Ma non per il minimo ricambio d'aria, bensì per le rapine: se ti romperanno un vetro per derubarti mentre sei fermo a un semaforo, i frammenti ti cadranno addosso con minore violenza. In ogni caso, in alcuni quartieri di Johannesburg, meglio passare con il rosso, è più sicuro. Welcome to Africa.
I bambini di Maputo giocano nell'immensa discarica, tra malattie e pericoli d'ogni genere. Inevitabile per il pubblico italiano pensare alla situazione rifiuti nell'italianissima Campania; d'altronde, i cumuli d'immondizia hanno la stessa faccia a qualunque latitudine. Ma a Maputo non è - soltanto - una questione di civiltà e di decoro: qui si parla di sopravvivenza, di sciami di bambini dai quattro ai quindici anni che vivono separando i rifiuti e rivendendoli a peso, ma anche pronti ad assaltare i camion che li trasportano alla ricerca di qualcosa di commestibile, con cui poi banchettano a piene mani. Difficile dimenticare la loro espressione di gioia mentre mostrano alla macchina da presa una busta riempita con gli scarti che arrivano, probabilmente, dai quartieri ricchi: al grido di "Qui è tutta carne!" due, tre, quattro mani pescano con avidità nell'ammasso informe e rosaceo.
Altra nazione, altra disperazione: la piaga dell'AIDS, che nella sola Africa subsahariana conta venticinque milioni e mezzo di persone colpite e che porta come conseguenza quindici milioni di orfani. Lo sguardo del regista si concentra sull'Uganda, in particolare sulle donne sieropositive o già colpite dalla malattia. Riunite in associazioni, queste donne non si arrendono alla società che le rifiuta e le vorrebbe far sparire dalla loro vista. Al contrario, loro più forte fanno sentire la propria voce, scrivono i cosiddetti Memory Books, quaderni fitti di parole a metà tra il diario e la raccolta di consigli di vita, con regole, consuetudini sociali e quant'altro, ad uso e consumo dei figli, anche per non essere dimenticate.
Ma è soprattutto l'infanzia maltrattata a riempire gli occhi dello spettatore. Conosciamo da tempo la terribile verità dei bambini soldato - anch'essi presenti nel documentario - ma pochi di noi sono a conoscenza del dramma della stregoneria, che pure miete vittime in quantità. Quella dei bambini scacciati, malmenati e spesso uccisi dalle loro stesse famiglie per allontanare il maligno è una - terribile - usanza nata in Congo, e che ora è presente anche in Angola perché esportata dai profughi congolesi. Basta davvero poco - la morte di un membro della famiglia, una malattia, la perdita del lavoro - perché gli stessi genitori, o magari uno zio, accusino un bambino di essere vittime della Feitiçaria, un portatore di sventura che va eliminato al più presto possibile. Il fenomeno è talmente esteso che sono sorte associazioni che tentano il recupero, e dove è possibile il reinserimento, di questi piccoli e innocenti capri espiatori. Tra tante immagini dell'Africa già conosciuta, questa è forse l'unica che può essere considerata davvero inedita dell'intero documentario.
L'Africa è una realtà in continuo movimento, di qui la scelta di non inserire dati, numeri e percentuali in sovrimpressione, che avrebbero perso inevitabilmente la fragranza dell'immediatezza in poco tempo. A fare da collante narrativo le musiche, composte appositamente da Giuliano Taviani e Carmelo Travia, avvalendosi del contributo del musicista senegalese Badara Seck e poi cantate e reinterpretate dalla giovanissima cantante sudafricana Siya Makuzeni.
Ulteriore conferma della vitalità africana sta nel superamento di molte delle realtà descritte da Veltroni nel suo libro, edito appena dieci anni or sono, tanto che molti sono i cambiamenti apportati da Franco Brogi Taviani. Del libro resta però sempre valido che "l'obiettivo dell'Africa non è la felicità, ma la sopravvivenza".   

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