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IL FUTURO NON È SCRITTO – JOE STRUMMER

di Julien Temple  

Fotografia: Ben Cole
Montaggio:  Mark Reynolds, Tobias Zaldua, Niven Howie  
Musiche: Artisti Vari
Produzione: Nitrate Films, Parallel Films - Amanda Temple, Anna Campeau, Alan Moloney
Distribuzione: Ripley's Films
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 119'
Data di uscita: 29 febbraio 2008  
Titolo originale: The Future is Unwritten - Joe Strummer
Sito ufficiale     
Soundtrack

IL FUTURO NON È SCRITTO – JOE STRUMMER
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Quattro anni fa - sembra ieri - Joe Strummer, leggendario leader dei Clash risorto a nuova vita (artistica e non) - col nuovo complesso Joe Strummer & The Mescaleros, moriva di infarto a 50 anni; la conseguenza, più che di una vita oltre le regole, di una malformazione cardiaca che avrebbe potuto essergli fatale in qualsiasi momento, anche prima che il mito avesse inizio. La sorte ha invece deciso di risparmiarlo per mezzo secolo, regalandoci una figura estrema e contraddittoria ma esemplare per carisma e per umanità.
Al successo planetario, cavalcando il treno del punk sul quale i Clash montarono nel pieno del fulgore trasformandolo in bandiera e imponendolo a una critica tutt'altro che predisposta, fece da contraltare una deriva creativa figlia del progressivo isolamento che Strummer, tra droghe e scelte sbagliate (in una parola: showbiz) si trovò a subire nonostante i suoi intenti diametralmente opposti - abbattere col punk  il "muro" (per dirla alla Pink Floyd, che in quegli anni affrontavano la questione in modo più mainstream) - tra pubblico e artista. Tra pietre miliari (Sandinista, London Calling, Combat Rock) e terrificanti cadute di stile (Cut the Crap), Strummer fu il carnefice e allo stesso tempo la vittima dei Clash, condizionando l'esistenza del gruppo fino a causarne lo scioglimento, per poi andare all ricerca di se stesso nel corso del successivo decennio, ritornando all'atmosfera del viaggio (era figlio di un diplomatico) e recuperando progressivamente gli stili e le influenze musicali che lo avevano portato ragazzino a diventare quel che non sapeva più essere: uno "strummer", strimpellatore", di ciò che udiva intorno a sé. Qualcosa di impossibile da fare senza il contatto, la vicinanza, lo scambio culturale e umano che aveva caratterizzato gli esordi e successivamente condizionato la "militanza" politica e sociale dei Clash nei confronti di ciò che avveniva nel mondo sotto silenzio.
È questo l'aspetto cardine del documentario di Julien Temple, ed è questo che esce fuori e sa convincere. Lontano dalle corde di un banale biopic come da quelle di un documentario sui generici fasti del punk, Temple organizza e ricuce un'infinita e preziosa quantità di materiale d'epoca, con una sincerità non sempre presente nei suoi film e una piacevole vena ironica che dà un senso, un'anima e una direzione quantomeno inedita rispetto a tante analoghe operazioni. La sua conoscenza del periodo è d'altronde risaputa ed innegabile, e aveva caratterizzato anche l'ottimo lavoro sui Sex Pistols, Oscenità e furore.
A farla da padrona in colonna sonora, ed è un bene, sono i numi tutelari di Strummer, fra cui MC5 e Woody Guthrie (e proprio Woody era il nome che Joe si era assegnato quando faceva il musicista di strada a Londra, e suonava sempre lo stesso pezzo perché "tanto la gente non passa mai due volte"). Imprescindibili i contributi degli invecchiati Mick Jones (la vera mente pensante del gruppo) e del batterista Topper Headon ( a cui si deve una delle hit più famose del gruppo, Rock the Casbah), come di groupies e amici che hanno incrociato Strummer e i cui ricordi attorno a un fuoco  offuscano testimonianze ben più celebri di chi, allora, era un semplice testimone del mito (tra gli altri Bono, Flea e Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, Steve Buscemi che recitò con Joe in Mystery Train dell'amico comune Jim Jarmusch).  
La morte ha saputo aspettare che Joe Strummer, predestinato a una fine precoce come chi si consuma velocemente, ritrovasse quella serenità perduta per oltre un decennio, regalando a lui e al suo pubblico il meritato happy end.

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