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IL PETROLIERE – Colonna sonora originale

di Jonny Greenwood

Track listing:
1. Open Spaces 3:56
2. Future Markets 2:42
3. Prospectors Arrive 4:35
4. Eat Him By His Own Light 2:42
5. Henry Plainview 4:15
6. There Will Be Blood 2:06
7. Oil 3:07
8. Proven Lands 1:52
9. HW / Hope Of New Fields 2:30
10. Stranded The Line 2:22
11. Prospectors Quartet 2:57

Durata totale: 33:04
Etichetta: Elektra
Anno: 2007

IL PETROLIERE – Colonna sonora originale
3

I Radiohead sono un collettivo inseparabile ed irripetibile, un organismo che vive della simbiosi delle singole parti. Pensare di scindere la voce di Thom Yorke dalle corde di Jonny Greenwood sarebbe come separare due amanti legati da un misterioso destino. E la voglia simbiotica, il legame che sanguina se lo separi, circonda anche questa collaborazione tra Greenwood e Paul Thomas Anderson per There will be Blood.
Sappiamo già quanto il regista sia attento alla selezione musicale che accompagna le sue immagini; senza andare nell'evidenza di Boogie Nights  e spingendosi nella sperimentazione quasi astratta di Punch Drunk Love, le note tendono a fornire nuovi sensi nuovi all'immagine, a dilatarne i colori, facendo esplodere ed implodere percezioni. In There will be blood, miseramente tradotto Il petroliere, la simbiosi avviene sui contrasti. Nella pellicola contrasti visivi innanzitutto, con le buie miniere sotterranee e l'esterno dove il sole tutto illumina e circonfonde. Ma soprattutto tra i silenzi della prima parte e le voci della seconda. I silenzi del mestiere del lavoro, quei ritmi vitali che diventano pulsazioni, musica anch'essi tra i rumorosi silenzi del mondo, tra le trivellazioni, le esplosioni e gli scavi. Nel lavoro di Greenwood la sintesi di questi contrasti è eccezionalmente rigorosa, risolta con un lavoro di asciugatura e trasposta su un piano idealizzato. Si guardi al lato più esteriore: le percussioni sono del tutto assenti, quasi a voler programmaticamente rinunciare al pathos che in una storia del genere, l'ascesa in un mondo di morte, dovrebbe essere fondamento. Poi si pensi alle influenze musicali del lavoro di Greenwood. Oliver Messiaen per l'espressività diretta dietro una tecnica sofisticata, ma soprattutto Arvo Part per il minimalismo sacrale. È forse questo il nodo centrale della soundtrack: Greenwood aspira all'incommensurabilmente grande attraverso la ricerca di un mezzo portato all'immensamente piccolo. Sembra che parta dalle tradizioni del genere, le impari a memoria, se le inietti, le faccia penetrare nel DNA e poi le dimentichi per farle riemergere in modo inconscio. Open spaces rinnega il titolo, brano rigorosissimo d'archi bloccati tra i registri alto e basso. Gli spazi sono aperti ma sembrano rimpiccioliti nel loro dilatarsi; si chiudono verso giganteschi spazi chiusi, bui, rischiarati appena. Le variazioni interne sono minime, ma la loro cadenza è perfetta, con l'impressione di un'ascensione bloccata dal continuo sprofondare in basso. Eppure tutto il caos è calmo e placido, conchiuso. Future market parte con un tema di genere e poi proprio sull'ultima nota crea una variazione che spezza e rinnova il tutto. Eppure nel contrasto riesce sempre a trovare un equilibrio, fino al caso eclatante di Henry Plainview, dove riesce a controllare le dissonanze, a tenerle sospese sul filo sottilissimo del rumore. Il vertice del lavoro è Oil, violino e cello che si incontrano per caso e iniziano a duettare, ognuno per la sua strada, e le loro voci sembrano convergere per misteriose vie, cogliere un senso profondo senza rinunciare alla loro identità.
Simbiosi perfetta, come quella tra Anderson e Greenwood. E in quest'atto di unione profonda e spirituale con il film, anche il musicista destruttura coscientemente un genere e lo segue su strade impervie. E se nella pellicola, nonostante la lunga durata, si rischiava l'irrisolutezza qui è proprio la brevità del tutto a dare esiti simili; come se la soundtrack fosse presa nel centro, tralasciando parti del tutto. Ma è il pegno dovuto dell'atto della simbiosi e in fondo anche il simbolo degli opposti che si fondono e non si conciliano. Come il petrolio, sangue della terra, che da energia e sofferenza, che è come il sangue dell'uomo. Come la vita e la morte. Come tutto, in fondo.

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