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JOHN RAMBO
di Sylvester Stallone
Sceneggiatura: Sylvester Stallone, Art Monterastrelli
Fotografia: Glen MacPherson
Montaggio: Sean Albertson
Musiche: Brian Tyler
Scenografia: Franco-Giacomo Carbone
Costumi: Lizz Wolf
Interpreti: Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden, Graham McTavish, Reynaldo Gallegos, Jake La Botz, Paul Schulze, Tim Kang
Produzione: Rogue Marble, Emmett/Furla Films, Equity Pictures Medienfonds GmbH & Co. KG IV, Millennium Films, Nu Image Films
Distribuzione: Walt Disney Italia
Nazionalità ed anno: USA/Germania, 2007
Durata: 91'
Data di uscita: 22 febbraio 2008
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Soundtrack
Vent'anni dopo aver rivoltato l'Afghanistan come un calzino (pochi mesi prima che ci pensasse la perestrojka ad appianare i contrasti), Rambo vive in solitudine lungo il confine tra Birmania e Thailandia, cattura serpenti e guida missionari idealisti lungo il fiume devastato dalla guerra civile più lunga al mondo (sessant'anni). Ovviamente, i missionari non tornano. E dopo tanta guerra passata davanti ai suoi occhi, John Rambo riforgia le armi bianche e torna a far strage di autoctoni belligeranti. Vivere per niente, o morire per qualcosa?
Palesemente resized (in spessore), Stallone fa scendere per la quarta volta in campo il berretto verde più tormentato d'America. E, aggiungiamo, l'eroe più strumentalizzato, autentico martire involontario della multiforme propaganda statunitense dell'ultimo ventennio: quella nixoniana alle origini del suo (da molti tristemente condiviso) passato in Vietnam, e quella reaganiana alla base del clima di guerra fredda imperante negli anni '80. Un'ingerenza politica extradiegetica che, con l'eccezione del bel primo capitolo, ha da sempre condizionato, inficiato, spesso tragicamente banalizzato le potenzialità di un personaggio sulla carta complesso e pieno di contraddizioni; lo stesso Rocky Balboa ne sa qualcosa, in occasione del quarto capitolo della sua saga. Fortunatamente, in quella circostanza ci pensarono gli sganassoni di Ivan Drago a riassestargli il cervello presso le corrette latitudini.
L'interessante novità di questo John Rambo sta proprio nel suo affrancarsi da una dichiarata velleità propagandistica in salsa stars & stripes: il che lo rende certamente meno anacronistico, non per questo però più efficace. I nodi vengono presto al pettine: Stallone (che per la prima volta dirige un film sul suo bellicoso alter ego) opta per una regia "moderna", peraltro non inedita, dichiaratamente ammiccante agli archetipi odierni/spielberghiani del cinema bellico odierno e più che mai anelante al reale: la crudezza delle immagini è estrema, il sangue schizza sull'obbiettivo della macchina da presa, il montaggio è frenetico, ogni singolo atto di violenza fa sembrare i precedenti Rambo delle allegre scampagnate. Ma alla messa in scena fa da - stridente - contraltare un plot talmente esile da sembrare uscito pari pari dagli anni '80: e in un'epoca manichea e priva di sfumature tra due blocchi militari e due visioni contrapposte del mondo che si estendeva inesorabile nell'immaginario collettivo, poteva benissimo funzionare. Oggi, in un'epoca globale e satura di informazioni provenienti da ogni parte del mondo (nonostante genocidi come quello birmano restino ancora colpevolmente sotto silenzio), povertà della trama e banalità di psicologie e situazioni sono ancora più evidenti.
Non c'è coinvolgimento né suspense in John Rambo: non crediamo possa essere solo colpa del mancato effetto sorpresa (quello, va da sé, è esaurito da un pezzo), ma che tutto si riconduca a un compitino elementare e già visto lo si intuisce a breve giro. Per di più senza che il nostro eroe, in virtù di una superiore e ormai congenita cognizione bellica, corra mai pericolo di vita né venga mai centrato da un proiettile, se non di striscio alla spalla come i vecchi cowboys di un tempo. Ma a differenza dei western d'epoca, non c'è nemmeno la donna che cura l'eroe gemente (o simulante dolore per commuoverla, come avanzano da tempo i revisionisti): Julie Benz, la Rita del serial cult Dexter che smuove l'animo dell'indurito protagonista, non interagisce mai realmente con Stallone, e se lo fa è a distanza di chilometri, con sguardi che dicono tutto e niente.
Perla per i cultori, in assenza dell'immortale Crenna/Trautman, il cattivissimo capo birmano che, antipatico a ogni costo, si rivela per giunta incallito e gaudente pederasta. Qualche risata, ma sempre involontaria, per i terrificanti mercenari che non perdono mai occasione per tacere e sicura fomentazione collettiva per Rambo che, al top della forma, fa fuori un drappello di birmani servendosi esclusivamente di arco e frecce. Ma se Rocky Balboa, con la sua umanità, riusciva nell'incredibile di rendere credibile l'inconcepibile (il ritorno sul ring a 60 anni suonati), John Rambo non sa fare analogo pregio del proprio anacronismo, irrimediabilmente fermo al proprio passato senza presente.
dax66 ha scritto:
E basta con rambo, rocky etc. ormai è un gerontocomio.
Film brutto, anzi bruttissimo!


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