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LA FAMIGLIA SAVAGE
di Tamara Jenkins
Sceneggiatura: Tamara Jenkins
Fotografia: Mott Hupfel
Montaggio: Brian A. Kates, A.C.E.
Musiche: Sthepen Trask
Scenografia: Jan Ann Stewart
Costumi: David Robinson
Interpreti: Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco
Produzione: This is that, Ad Hominem Enterprises, Cooper's Town Productions
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Nazionalità ed anno: USA,2007
Durata: 113'
Data di uscita: 25 gennaio 2008
Titolo originale: The Savages
Note: In concorso al 25° Torino Film Festival; due nomination agli Oscar 2008: Laura Linney per la migliore attrice protagonista e Tamara Jenkins per la miglior sceneggiatura originale
Sito ufficiale
Sito italiano
Note: candidato a due premi Oscar (miglior sceneggiatura originale, miglior attrice protagonista)
Su una cosa si può star sicuri: prima o poi dal Sundance qualcosa di buono arriva. Lo conferma questo bel film firmato Tamara Jenkins, la famiglia Savage, interpretato con tutti i crismi dal sempre bravo Philip Seymour Hoffman e dalla altrettanto brava Laura Linney: completa il trittico Philip Bosco, impeccabile. Ben girato e interpretato, il film della Jenkins si impone sia visivamente che narrativamente grazie ad una sceneggiatura sempre al limite tra il tragico e il faceto.
Morte e famiglia si intrecciano sullo sfondo di una America a tratti irreale, fatta da idilliache cittadine assolate nel Texas e di buie, gelide e tempestose metropoli della costa occidentale grazie anche alla ottima fotografia disomogenea, lucida e sporca, che più che riconsegnare il film alla realtà, la ridefinisce, trascendendola. La famiglia Savane, pur non offrendo particolari spunti cinematografici, riesce comunque a coinvolgere portando uno sguardo disincantato su un tema vecchio come il mondo, ma evitato come la peste: la morte di un proprio caro. La malattia prima, e la morte poi, del vecchio padre assente, sono il detonatore di una reazione a catena che riunisce due fratelli uguali ma opposti, e ne sconvolge la vita fino a ridefinirla e (forse) a migliorarla.
Per la Jenkins il percorso nel dolore è un percorso di maturazione: significa oltrepassare la sottile linea d'ombra conradiana. Ma se sono due quarantenni a ridosso della cinquantina a passare la linea d'ombra e diventare adulti, allora l'effetto è straniante. Alla crisi di mezza età si unisce e convive paradossalmente un infantilismo mai superato, fatto di ripicche, giochi, ricordi nostalgici, sensi di colpa, e chi più ne ha più ne metta. Il padre assente diventa il demiurgo inconsapevole delle vite dei due figli: ma è come se ricominciasse lì dove aveva interrotto (o meglio non aveva mai cominciato) e solo la morte concluderà quel processo di maturazione, quel passaggio di linea. Allora morte è paradossalmente rinascita, passaggio necessario e ineluttabile che deve però essere vissuto per quel che è. I melodrammi, suggerisce implicitamente la Jenkins, rimangano nelle cittadine irreali del Texas, tra anziane cheerleader e acquagym della terza età. Ma neanche lasciarsi andare alla rassegnazione o prenderla alla leggera: ci vuole il giusto, ché la vita nonostante tutto continua. Ci vuole quel realismo magico che Wendy fa proprio nello spettacolo autobiografico e a cui Jon plaude soddisfatto e che d'altra parte pervade dal primo all'ultimo fotogramma il film della Jenkins. È quel pizzico di evasione necessario per andare avanti e crescere lungo la proprio strada: certo siamo lontani dal bellissimo utilizzo interno del surrealismo che avevamo visto in Meduse, ma in realtà il semplice, limpido invito della Jenkins è quello di tenere sempre un piede per terra e uno in aria (che siano su delle rotelle o meno, è poco importante). Perché a volte, si sa, basta davvero poco per affrontare serenamente le cose. Vivere o morire che sia.


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