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HOTEL MEINA

di Carlo Lizzani

Sceneggiatura: Dino Leonardo Gentili, Filippo Gentili, Carlo Lizzani, Pasquale Squitieri
Fotografia: Claudio Sabatini
Supervisione alla cinematografia:Vittorio Storaro
Montaggio: Massimo Quaglia
Costumi: Catia Dottori
Musiche: Luis Bacalov
Interpreti: Benjamin Sadler, Ursula Buschhorn, Dario Nigrelli, Marta Bifano, Ivana Lotito
Produzione: Titania Produzioni
Distribuzione: Mikado
Nazionalità ed anno: Italia, 2007
Durata: 110'
Data di uscita: 25 gennaio 2008  
Sito ufficiale

HOTEL MEINA
1

Basato su fatti realmente accaduti, l'ultima fatica di Lizzani (classe 1922) narra una storia di orrori e di assassinii. Sul Lago Maggiore, nell'autunno successivo all'armistizio dell'8 settembre 1943, un gruppo di sedici ebrei ospiti dell'hotel Meina vengono presi in ostaggio dai nazisti, che giocheranno al gatto col topo fino all'atto estremo dell'eccidio. Una convivenza fatta di illusioni e continue smentite per gli ebrei, di normale vita quotidiana e di piccole, continue violenze e sadismi per i nazisti.
Intanto una loro connazionale, Erika Bern (Ursula Bushhorn) manda segnali di nascosto agli antinazisti tramite l'alfabeto Morse e prova in tutti i modi a salvare questi ospiti forzati, già condannati a morte. Sarà una moretta, Noa Menar (una affascinante ma un po' monotona Ivana Lotito) a tenere viva la lotta e la resistenza tra i compagni, e sarà sempre lei tra i pochi a salvarsi dal massacro.
Film claustrofobico nelle intenzioni, Hotel Meina fa venire in mente per un attimo Private di Saverio Costanzo; anche lì due mondi contrapposti convivono all'interno dello stesso ambiente chiuso e asfissiante. Ma qui ci sono ancora i buoni e i cattivi e quel che è peggio, si parla dei nazisti come se fossero ancora una realtà presente e pericolosa per la società. Questo film è vecchio dentro, nelle ossa, nel respiro. Film corale, senza star, che non vuole esaltare un protagonista maschile o femminile, Hotel Meina appare come un concentrato di negazioni inspiegabile nel 2008; nega la vitalità dei nuovi linguaggi del cinema (ormai anch'essi vecchi e sorpassati) e la libertà espressiva, il coraggio che i nuovi strumenti tecnologici permettono; nega l'attualità di conflitti insanati e laceranti come quello tra una parte della cultura europea e tutto il mondo dell'Islam per parlare ancora del nazismo; nega come minimo cinquanta anni di ricerche ed elaborazioni, anche visive, su tematiche aperte come il rapporto tra uomo e donna o più in generale tra diversi (per razza, etnia ecc.) per fermarsi ai semplici fatti, alla cronaca.
Tutto è perfetto in questo film viscontiano e neorealista insieme, che non riesce ad essere né l'uno né l'altro: i costumi, il paesaggio, il vento, il colore delle foglie, le inquadrature e la luce; una luce che ha goduto della supervisione di Vittorio Storaro e che, incredibilmente, è vecchia anch'essa (qualcuno ricorda un film recente dove venga usato il flou?), corrosa dal di dentro, illumina immagini cadenti e devitalizzate.
Emblematica l'ultima immagine del film, quando la ragazzina ormai salva si immerge nell'acqua e vede i corpi dei suoi compagni e amati, che i nazisti avevano fatto sparire nel lago legati a delle pietre. Un'immagine che poteva essere inventata, di pura fantasia, una danza macabra, e che invece viene proposta come ulteriore "prova" dell'eccidio, come a urlare allo spettatore: "Eccoli! Li vedete? Questi sono i morti dell'hotel Meina.".
Con la sua lunga e ricca esperienza, umana e cinematografica, Lizzani avrebbe potuto produrre un bellissimo e toccante documentario. O forse no. A volte si vedono dei documentari che in verità sono dei film, fanno cinema. Altre volte si vedono dei film che, nel raccontare storie accadute anche in modo perfetto, avendo perso il rapporto con la realtà, con il contesto storico e sociale con cui si rapportano, non riescono non solo a fare arte e cinema, ma nemmeno a raccontare, a "dire" con le immagini la verità dei fatti che vogliono riecheggiare.

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