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SCUSA MA TI CHIAMO AMORE
di Federico Moccia
Sceneggiatura: Federico Moccia, Chiara Barzini, Luca Infascelli
Fotografia: Marcello Montarsi
Montaggio: Patrizio Marone
Musiche: Cludio Guidetti
Scenografia: Maurizio Marchitelli
Interpreti: Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Beatrice Valente Corvino, Michelle Carpente, Francesca Terrazzo, Luca Angeletti, Francesco Apolloni, Cecilia Dazzi, Veronica Logan, Cristiano Lucarelli, Ignazio Oliva, Pino Quartullo, Riccardo Sardonè, Luca Ward
Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori, Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Nazionalità ed anno: Italia, 2007
Durata: 100'
Data di uscita: 25 gennaio 2008
Sito ufficiale
Ecco un film di cui non si sentiva la mancanza. Ma i tipi come Moccia, si sa, amano le "sfide" e non possono trattenersi da risparmiarsi e risparmiarci di questi prodotti. Sicuramente si è visto di peggio nel panorama cinematografico italiano (dai contorti film pseudointelletualoidi ai cinepanettoni il fondo del barile è stato raschiato più e più volte) e Scusa ma ti chiamo amore è in fondo (ma molto in fondo) un film sopportabile: intendiamoci, il film è brutto, fatto con i piedi e tirato molto per le lunghe.
Semplicemente è il caso di domandarsi perché questo film mocciano fino al midollo comunque spopolerà tra le adolescenti di tutta Italia, come già da tempo fanno i suoi romanzetti d'appendice di serie z. Scusa ma ti chiamo amore è una buona occasione per rispondere a questa domanda, considerando che non solo il film è tratto da un romanzo di Federico Moccia, ma è anche diretto da lui: insomma Moccia 100%, senza intermediazioni di sorta, elevato all'ennesima potenza, quasi. A pensarci, il motivo per cui questa roba spopoli indifferentemente tra le ragazze italiane è piuttosto ovvio, e il film non fa che confermare questa ipotesi: Moccia scrive, dirige, ha un immaginario del tutto uguale a quello adolescenzial - femminile dell'Italia contemporanea. Situazioni sconnesse ed estremamente semplificate, a-drammatizzazione, personaggi tagliati con l'accetta, dialoghi banal - quotidiani, cadenze ultra - dialettali, sentimenti elementari, storie impossibili: insomma tutti gli ingredienti di un classico diario segreto tutto cuoricini e brillantini; Moccia non ha mai avuto l'intenzione di porsi come spettatore su un certo tipo di panorama adolescenziale, spiandolo e analizzandolo (come farebbe un Gus Van Sant), semmai il suo intento era farne parte integrante, mimetizzarsi in esso fino a riproporlo (e riproporsi) sulla pagina come sullo schermo in tutta la sua ingenuità tipica di qualche sogno impossibile di una ragazzina dai tredici ai quindici anni.
Come giudicare altrimenti l'irrealtà di sequenze come quella che propone una versione in salsa italian-adolescenziale di The Fast and the Furious (e già il modello di partenza...), o quelle che mostrano una scuola dominata da un unico insegnante, il surf a Freggene, Niki che porta nell'agenzia di Alex (!) disegni che manco Hugo Pratt (vabbè, esageriamo), la presenza costante di vigili e controllori che vanno addirittura oltre il limite del clichè (vestiti come sessanta anni fa, provvisti perfino di baffetti caratteristici), il sesso in terrazza, la campagna pubblicitaria totalmente a - legale, la fuga al faro, fino al tocco finale dell'investigatore privato, il non plus ultra dell'assurdo e del ridicolo. È come se una ragazza di quindici anni qualunque si fosse messa a filmare (con tutta l'inesperienza tecnica che ne consegue) i suoi sogni da ragazzina, tutto zucchero filato, citazioni famose (insostenibili), situazioni grottescamente irreali, paillettes, vestitini provocanti e tanto tanto rosa.
Ecco perché piace e spopola: Moccia è uno di loro, in letteratura come al cinema; e in questo, non lo si può negare, è davvero un maestro. Pochi riescono come lui ad identificarsi in modo così perfetto con una fascia d'età, considerando soprattutto che tipo di fascia di età e il sesso, quello femminile. Certo, è un tipo di identificazione estremamente negativo, anestetico (e anestetizzante), sterile, che non ha altri effetti e scopi di condannare queste ragazze e questi ragazzi all'eternità della loro condizione adolescenziale distorta e anestetizzata, ponendogli davanti lo specchio della loro zuccherosa apparenza, di cui non possono che compiacersi. Scusa ma ti chiamo amore è l'apice di questo tipo di cinema anestetico a cui non esiste antidoto in un' Italia in cui l'industria cinematografica è inesistente e la figura del produttore è di fatto morta e sepolta da tempo, atrofizzata dal becero sistema di finanziamenti pubblici. Il rischio è un circolo vizioso, sperando che qualcuno, sotto suggerimento dello stesso film, segua il consiglio di Balzac: "una notte d‘amore è un libro letto in meno". Libro o film che sia, speriamo sia di Moccia.


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