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AMERICAN GANGSTER

di Ridley Scott

Sceneggiatura: Steven Zaillian
Fotografia: Harris Savides
Montaggio:  Pietro Scalia
Musiche: Michael Streitenfeld, Artisti Vari
Scenografia: Sonja Klaus, Leslie E. Rollins, Beth A. Rubino
Costumi: Janty Yates
Interpreti: Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Eijofor, Josh Brolin, Lymari Nadal, Ted Levine, Ruby Dee, Armand Assante
Produzione: Universal Pictures, Imagine Entertainment, Relativity Media, Scott Free Productions - Brian Grazer, Ridley Scott
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 157'
Data di uscita: 18 gennaio 2008
Titolo originale: id.
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Sito italiano       
Soundtrack

AMERICAN GANGSTER
3

New York, primi anni '70. Frank Lucas diventa in breve tempo il re della droga ad Harlem. Lo stratagemma, semplice ma efficace, è quello di  importare l'eroina dal sud-est asiatico sfruttando la guerra del Vietnam e in particolare chi vi fa ritorno da morto in una bara. Un'ascesa che conoscerà il suo declino grazie alle indagini del detective della narcotici Richie Roberts, l'uomo giusto (e non corrotto) al momento giusto.
Ridley Scott dirige, sceneggia (da una storia vera) il famigerato Steven Zaillian, autore dei più recenti, controversi blockbusters (Hannibal, Gangs of New York), e chi in questa crime story interrazziale annusa aria di epica scorsesiana andrà in sollucchero leggendo il nome di Nicholas Pileggi nelle vesti di produttore esecutivo. Le analogie terminano qui: American Gangster è un ibrido tra l'affresco epico/malavitoso e (in percentuale maggiore) spiccata indagine "sul campo" e sui personaggi, più pertinente al genere blaxploitation di cui il film ricalca l'esplicita violenza, la sessualità, l'esplicito abuso di droghe pesanti (e perché no, la colonna sonora che ospita tra gli altri perfino il Bobby Womack di Across 110th Street, già saccheggiata da Tarantino in Jackie Brown). Un ibrido assai insolito, che spiazza e non regala immediata adesione. Ma sa lasciarsi guardare, pur non essendo il capolavoro che ambisce ad essere dalle prime battute; troppo diseguale nel ritmo, il film alterna una prima metà estremamente meticolosa e dettagliata (l'ascesa di Lucas al potere, il suo viaggio nel Sud-est asiatico) ad una in cui il succedersi degli eventi si fa più rapido e incalzante, a scapito dei personaggi fino a quel momento sapientemente delineati. Crowe, comunque, non finisce di stupire: e (volontariamente?) lontano dai fasti divistici di un tempo, regala un'interpretazione memorabile di poliziotto "in divenire", indeciso se cambiare mestiere e darsi all'avvocatura, un salto nel vuoto il cui unico tratto di continuità è rappresentato dalla propria limpida quanto insolita (visti i tempi) onestà. Un cambiamento che lo vedrà comunque, in un modo o nell'altro, a che fare con Lucas, criminale "imprenditore" con cui stabilirà un legame particolare (lo tratteggia con eleganza, e una certa maniera, il collaudato Washington).
L'incontro fra i due, ritardato fino all'ultimo, è quello fra due generi antitetici mantenuti da Scott sul crinale di un equilibrio molto labile, e di fatto genera la fine del film per annullamento degli opposti: alla fine, resta la sensazione di un affondo finale mancato, sia in una direzione che nell'altra. Il che non impedisce alla pellicola una propria ragion d'essere, grazie al cast (oltre ai protagonisti, menzione speciale per l'ottimo Josh Brolin) e a una confezione al di sopra di ogni sospetto. L'anima, quella forse va cercata qua e là; fa capolino solo ogni tanto, tra i frequenti clichés.

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