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COUS COUS
di Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche
Fotografia: Lubomir Bakchev
Montaggio: Ghalya Lacroix, Camille Toubkis
Scenografia: Benoit Barouh
Costumi: Maria Beloso Hall
Interpreti: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouia Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre
Produzione: Hirsch / Pathè Renn Production
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità ed anno: Francia, 2007
Durata: 150'
Data di uscita: 11 gennaio 2008
Titolo originale: La graine et le mulet
Sito ufficiale
Sito italiano
Note : Vincitore del Premio Speciale della Giuria e del Premio Mastroianni alla miglior Attrice Emergente (Hafsia Herzi) alla 64. Mostra del Cinema di Venezia
Ci sono dei film, a volte estremi, a volte apparentemente normali, che ti toccano nelle viscere e non ti lasciano. A nulla servono i pensieri, le critiche o anche le resistenze, quando si sente quel qualcosa di invisibile, da dentro, che ti tiene lì, fermo, e non ti fa andar via. Lunghissimo, prolisso, terribilmente verboso, forse anche ottuso nel voler ripetere a volte meccanicamente l'ormai lontano Neorealismo, il nuovo film di Kechiche semplicemente ammalia e travolge come pochi altri film di questi ultimi anni; e il merito forse più che al regista questa volta va agli attori.
Loro hanno letteralmente "fatto" il film; tutti non professionisti, hanno trovato in alcuni casi nei gesti e nell'espressione, più che nelle mille parole inutili, la strada della fantasia e della rappresentazione, inventando immagini nuove e per ciò stesso facendo cinema. Due, in particolare, si impongono come linee stilizzate, intorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi. Il padre, Slimane (Habib Boufares) e la ragazzetta, Rym (Hafsia Herzi). Lui è un uomo fallito, licenziato dopo 35 anni di lavoro duro in un cantiere navale; viene dalla Tunisia, non sa nemmeno che significa lavoro nero, contributi, esuberi. Lui è diverso, cento volte più nobile e ricco degli occidentali che lo ospitano in Francia senza mai accettarlo fino in fondo, ancorato ai pochi valori universali della vita, quelli semplici, quelli più veri; ma non basta. La depressione lo consuma fisicamente, diviso com'è tra una famiglia ufficiale che ama a distanza (è separato dalla moglie) e un'altra famiglia, meno urlante e rumorosa, più discreta, composta da due donne. Madre e figlia, due bellezze, due vite a confronto che con la loro potenza espressiva, composte con il silenzio dell'uomo, bilanciano i fiumi di parole irrefrenabili di tutti gli altri personaggi.
Lei, la ragazzetta, ispira quest'uomo (che il regista vorrebbe somigliante così tanto al Lamberto Maggiorani di Ladri di biciclette) a buttarsi in una nuova avventura e aprire un ristorante su una vecchia nave abbandonata. L'idea è buona, le donne della famiglia "ufficiale" sanno fare un fantastico cous cous, quel piatto arabo che fa sentire tutti questi emigrati più vicini, più se stessi, più legati alle proprie radici; ma i permessi non arrivano e nemmeno i soldi. E allora non resta che giocare un ultima carta, un party sulla nave con tutti i pezzi grossi per convincerli che il progetto è vincente. Per un futile motivo sta per saltare tutto ma sarà sempre lei, Hafsia, a salvare la serata e il futuro del progetto (aiutata segretamente dalla madre). Con il suo sguardo, con la sua presenza fisica quasi eccessiva (ma era necessario farla ingrassare così tanto?..), con una dionisiaca sensualità che brucia in un istante tutte le interminabili (e inutili) sequenze del film che la avevano preceduta, spingendo lo spettatore a vivere un altro tempo, non misurabile.
Mai, forse, come in questo film si era potuto avvertire un connubio così perfetto e forte di stimolazioni sensoriali e profonde provocate da un'immagine sullo schermo, come a poter sentire il profumo dei capelli, e toccare la pelle lucida di sudore e immergersi nel profumo intenso delle sue carni pulsanti.
Mentre si muove tutto questo, l'uomo non ce la farà; ma forse si può leggere questa scena tragica come una nota positiva; non una banale citazione della bicicletta di De Sica, bensì molto, molto di più: la sparizione di tutto ciò che di vecchio e di fermo rappresentava questa immagine, così pura e profondamente umana e così limitata, ferma. Di fronte a una giovane donna come Hafsia, che travolge ogni schema mentale o sociale e prorompe in tutta la sua bellezza, che passa attraverso il dimenarsi del suo corpo per dire qualcosa di irrazionale, il vecchio padre di famiglia, buono e rigoroso ma fermo al pensiero di dover soddisfare i bisogni per sé e per la propria famiglia, non regge più.
Forse Kechiche voleva fare un film neorealista e marxista. Ne è uscito un film sulle donne, e sul segreto che le donne serbano, di norma invisibile, senza cui forse gli uomini non possono più vivere.



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