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LUSSURIA - SEDUZIONE, TRADIMENTO

di Ang Lee

Sceneggiatura: Wang Hui Ling. James Schamus
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Tim Squyres, Pan Lai
Musiche: Alexandre Desplat
Scenografia: Pan Lai
Interpreti: Tony Leung, Tang Wei, Joan Chen, Wang Leehom
Produzione: Mr Yee Productions c/o, Focus Features International
Distribuzione: BIM
Nazionalità ed anno: Cina, 2007
Durata: 156'
Data di uscita: 4 gennaio 2007
Titolo originale: Lust, caution
Sito ufficiale
Sito italiano        
Soundtrack

Note: Vincitore del Leone d'Oro alla 64. Mostra d'arte cinematografica di Venezia

LUSSURIA - SEDUZIONE, TRADIMENTO
2 e mezzo

La domanda sorge spontanea: perchè Lussuria (alias Lust, caution) ha vinto il Leone d'oro? Ce lo si domandava prima e ce lo si continua a chiedere anche dopo la visione del film. Peggio, ce lo si chiede per tutto la durata del film. Il problema è che non c'è una risposta soddisfacente: è forse per la titanica ricostruzione storica, o per le scene ad alto contenuto sessuale? Facciamo un passo indietro: Lust, caution non è un film brutto. Ci sarebbe da chiedersi cosa c'è che non va, allora. Non va che non è neanche bello: è insipido.
A volte i registi si ricostruiscono una carriera fuori dal loro paese d'origine e a volte al loro paese d'origine ci ritornano e ci riportano quello che avevano imparato. Ecco: Lust, caution è il film del ritorno per Ang Lee, il quale ha messo a profusione nel film tutta la Hollywood che si era ingerito negli Stati Uniti sfornando un radiodramma di due ore e mezza; certo molto elegante, a volte anche molto affascinante, ma niente più di un classico, classicissimo radiodramma condensato (neanche troppo) in salsa cinotaiwanese di cui pochi sentivano la mancanza.
Ma il peggio è che la contaminazione (in questo caso maligna) funziona anche in senso inverso: le grandi strutture classiche hollywoodiane, qui addirittura ipertrofiche con un flashback che occupa tre quarti del film, vengono anestetizzate da qualsivoglia emozione e sentimento dalla contaminazione cinematografica cinese (e in gran parte orientale). Ovvero, laddove spesso lo stile orientale legato moltissimo all'immagine riusciva proprio per questo, nel suo distacco, a sondare con straordinaria profondità l'animo umano toccando con estrema forza (ma che è anche melodica delicatezza) le corde più recondite della nostra esistenza, coinvolgendo lo spettatore nel suo più profondo, al suo estremo, avvolgendolo nel Cinema con la C maiuscola, ecco invece che qui tutto è annacquato nella classic Hollywood: il risultato è l'annullamento reciproco di tutta la fertilità delle due scuole di pensiero cinematografico. Oriente e Occidente si incontrano nel modo peggiore: annullandosi a vicenda, inglobate l'una nell'altra.
Il che non significa che tale incontro non sia possibile: semplicemente Ang Lee ha sbagliato le dosi. E non bastano le pregevoli iniezioni cinematografiche di sensualità violenta (la famosa lussuria a cui si doveva fare attenzione, non più di un quarto d'ora di film in tutto), che pure sprigionano una loro forza magnetica (anche irresistibile) a rivitalizzare quello che è già un mastodontico corpo morto messo a nuovo e lavato per la camera ardente. Scene che possono essere anche il rendere esplicito il non detto cinematografico della classic Hollywood, come scrive Mereghetti, ma che finiscono per perdere la loro potenza una volta diluite in centoquaranta minuti di radiodramma orientale.
La domanda continua ad essere elusa: perchè Lust, caution ha vinto il Leone d'oro? Direbbe il mitico investigatore privato Nick Belane di Pulp di Bukowski: "In attesa di una risposta". O qualcosa del genere.

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