Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Scambia informazioni

Syndicate content

IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE – NATIONAL TREASURE

di Jon Turteltaub

Sceneggiatura: Cormac Wibberly, Marinane Wibberly
Fotografia: Amir M. Mokri, John Schwartzman
Montaggio: William Goldenberg, David Rennie
Musiche: Trevor Rabin
Scenografia: Finche MacCarthy
Costumi: Judianna Makovsky
Interpreti: Nicolas Cage, Diane Kruger, Justin Bartha, Jon Voight, Helen Mirren, Ed Harris, Harvey Keitel, Bruce Greenwood
Produzione: Jerry Bruckheimer Films, Jon Turteltaub
Distribuzione: Buena Vista International
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 126'
Data di uscita: 21 Dicembre 2007
Titolo originale: National Treasure: Book of Secrets
Sito ufficiale
Sito italiano

IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE – NATIONAL TREASURE
2 e mezzo

A chiunque abbia un po' di dimestichezza con il cinema e la sua storia, ma anche solo gli amanti del genere, vedendo Il mistero delle pagine perdute - National treasure parrà palese il carattere di vera e propria summa del genere avventura di questo film, seguito del (economicamente) fortunato Il mistero dei templari. E in fondo questa è una delle grandi capacità dei film targati Disney: saper raccogliere dati, novità, stilemi, caratteristiche vincenti dei film precedenti per poi rimischiarle in un film perfettamente in linea con la tradizione ma allo stesso tempo piacevole e divertente.
Come a dire: niente di nuovo sul fronte occidentale ma non te ne accorgi, o, perlomeno, non ti pesa. In principio erano I Goonies. O meglio, I Goonies furono solamente il principio cinematografico di quella che sarebbe stata la nuova concezione del genere avventura. Già, perché la vera grande fonte è stata, implicitamente quanto esplicitamente, l'opera omnia di uno dei più grandi fumettisti del secolo: Carl Barks, inventore di Zio Paperone (Scrooge Mc Duck in originale) e di quasi tutto l'universo dei paperi che oggi conosciamo, fu il primo a dare un nuovo grande impulso si rinnovamento non solo al mondo Disney, ma riuscì nella difficile impresa di plasmare (con un' attività ininterrotta di oltre quaranta anni) l'immaginario collettivo di diverse generazioni, influenzando pesantemente molti di coloro i quali sarebbero stati i nuovi pilastri, quanto del fumetto, tanto e soprattutto del cinema. Tra questi c'erano anche George Lucas e Steven Spielberg.
La grande immaginazione di Barks, che combinava il gusto per l'avventura (fatta di prove da superare, difficoltà di tutti i generi, viaggi in ogni parte del mondo, tesori straordinari, mappe, invenzioni strampalate) al suo stile plastico e ironico sta alla base di quasi tutti i film d'avventura moderni. Accanto a Barks deve trovare posto anche un altro caposaldo del fumetto mondiale, ossia Hergè creatore di Tin Tin, per certi versi complementare alle storie d'avventura barksiane, per altri assolutamente lontano: comunque altra grande fonte d'ispirazione per Spielberg e compagni. Così I Goonies furono i primi (e guarda caso dietro si trovava sempre Spielberg) a proporre questa straordinaria ricetta barksiana al cinema. Fu la straordinaria premessa a quello che è considerato il prodotto più maturo e più definitivo del genere da sempre: I predatori dell'arca perduta e ai suoi due seguiti, Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l'ultima crociata. Da qui in po' quasi tutti emuli, sennonché una spinta ulteriore venne data da una delle più famose saghe di videogiochi del mondo: Tomb Raider. Tomb Raider aggiungeva il gusto per i puzzle e i rompicapi, per i meccanismi mastodontici che dovevano essere risolti non solo grazie alla grande capacità logica del giocatore, ma anche a quella "fisica"; infatti i passaggi per risolvere i meccanismi constatavano di acrobazie di ogni genere. Da Tomb Raider nacquero, oltre i suoi due omonimi film (toppo pedissequamente attaccati al videogioco, cosa che ne dichiarò fin dal principio il fallimento) anche la saga de La mummia, i cui film sono certamente più riusciti rispetto ai due Tomb Raider. Poi fu la volta di Sahara che cercava di prendere un po' da tutti i suoi precedenti (soprattutto da La mummia) ma proprio perché cercava il successo dietro il facile plagio, finì per essere una caricatura dei suoi predecessori. Nel frattempo a livello di serie televisiva appariva la serie Relic Hunter che riusciva a coniugare tutti gli ingredienti vincenti dei suoi predecessori in una serie televisiva di buon livello, riuscendo pure in quello che non riuscì a Tomb Raider, ovvero proporre un protagonista femminile che riuscisse a imporsi in modo forte e accattivante.
L'ultima grande spinta di rinnovamento fu data dal primo Mission: Impossibile di Brian De Palma che impose il concetto di squadra. Ultimo, ma non ultimo l'arrivo di Dan Brown che, dopo Il nome della rosa, riuscì a imporre nuovamente il carattere più storico del genere avventura, stavolta legato a doppio filo con l'esoterico et similia, con il modestissimo (perlomeno a livello cinematografico) Il codice Da Vinci.
Questo il retroterra che si ritrovò la Disney al momento di lanciare il primo National Treasure (uscito da noi con il titolo: Il mistero dei templari). Preso al volo il momento up dei templari, massoni e affini dedica il film proprio a loro, ma con la geniale intuizione di riportare tutto in territorio americano giocando con la sua (brevissima) storia senza rinunciare agli insegnamenti dei suoi predecessori. Il successo fu assicurato anche perché la Disney era riuscita nell'intento di mischiare tutti gli elementi degli altri film in un unico calderone, grazie anche all'invenzione di un personaggio paradossalmente nuovo nel panorama del genere: quello del protettore di tesori pronto a tutto, anche all'illegale, Ben Gates, ben interpretato da Nicolas Cage; personaggio contornato da una squadra solida e ben affiatata, ognuno con il suo ruolo ben preciso.
Ma Il mistero dei templari fu in qualche modo un esperimento: è solo con Il mistero delle pagine perdute che tutto giunge a maturazione, dandoci il miglior esempio di summa cinematografica (e non) del genere avventura da parecchio tempo. Innanzitutto l'obbiettivo dell'avventura: le sette città d'oro di Cibola, da sempre uno dei topoi per eccellenza del genere: tant'è che dà anche il titolo ad una delle più belle storie di Barks: Zio Paperone e le Sette città di Cibola (1954), storia da cui, per altro, Spielberg prese la maggiore ispirazione per Raiders of the lost ark (una su tutte, la palla di pietra che rotola).
Al contrario del precedente il tutto non si svolge esclusivamente all'interno dell'America ma utilizza ben due set stranieri (Londra e Parigi) per poi spostarsi all'intero degli States da Washington D.C. al monte Rushmore passando per il monte Vernon. La scelta è appropriata perché oltre ad "ampliare gli orizzonti" non si discosta da uno dei punti vincenti da Barks a Tomb Raider: il continuo spostamento da un paese all'altro, che oltre a conferire il gusto "esotico" (paradossalmente nel primo film dato esclusivamente dal setting tutto americano, ecco il perché del grande successo extra USA) alla vicenda moltiplica le prove da sostenere e, soprattutto, moltiplica a dismisura i Macguffin (oggetti del desiderio in gergo, o comunque oggetti desiderati e ricercati da tutti per se stessi o per trovare altri oggetti). Gli inseguimenti per le strade di Londra, il montaggio in bagno a ritmo serrato di una perfetta apparecchiatura di spionaggio nascosta in un Ipod nel bagno di Buckingham palace, oltre al fatto che l'avventuriero non agisca da solo ma che si porti sempre dietro una squadra ognuno con le sue competenze scientifiche sono mutuate da Mission: impossibile e i film di 007.
La presenza di genitori e parenti vari più o meno esperti di ciò che si cerca è ripresa da Indiana Jones e l'ultima crociata: unica differenza, assieme al padre si aggiunge anche la madre (la cui riconciliazione a fine storia è inevitabile) interpretata da una sempre ottima Helen Mirren. Il consigliere o il promotore dell'azione che si trasforma in cattivo, o che comunque diventa l'antagonista principale che segue a distanza le ricerche sfruttandone i frutti per poi arrivare e cercare di prendersi il merito, magari alleandosi con il suo nemico, è ancora ripreso da Barks e quindi dalla saga di Indiana Jones. È invece nuovo l'elemento del finto rapimento del presidente degli Stati Uniti per convincerlo a dirgli dove è nascosto Il libro segreto dei presidenti (con tanto di subplot storico/misterioso): la cosa interessante è che per farlo si aggiunge un'altra mini avventura nella casa di Washington con tanto di passaggi segreti e cunicoli vari; soluzione sicuramente originale per recuperare un macguffin (il presidente degli Stati Uniti).
Le grandi sale nascoste con meccanismi ciclopici, trappole ingegnose (la cui soluzione richiede un ragionamento logico non indifferente) e nascondigli rebus (la sala con la grande ruota che nasconde Cibola) è invece genialmente mutuato dai videogiochi di Tomb Raider, cogliendo perfettamente, al contrario del film omonimo, la vera intuizione del gioco: i puzzle game. La città nascosta dall'acqua si era invece vista nel bel finale di Lupin III e il castello di Cagliostro di Miyazaki. Dulcis in fundo, il marchio di fabbrica di questa operazione viene impresso direttamente dal logo della Jerry Bruckheimer Films che trasformandosi in Inquadratura reale (e quindi citando il colosso Paramount in Indiana Jones) da una parte non fa altro che ribadire la sua potenza (il logo della produzione arriva a diventare film esso stesso) dall'altra conferma il suo carattere di vera grande summa cinematografica del genere avventura. È invece totalmente innovativo sulla tradizione (ma questo non vuol dire che sia stato un progresso, anzi) il fatto che nonostante la perdita momentanea dell'oggetto, alla fine tutto venga ricuperato intatto riconsegnando alla nazione il suo national treasure, conferendo onore e gloria ai protagonisti.
L'altra faccia della medaglia Disney: il lieto fine è d'obbligo tanto da cancellare uno degli elementi più interessanti del genere: la perdita dell'oggetto (per distruzione o perché utile a qualcun altro) che, paradossalmente, gli restituiva il suo reale valore (Zio Paperone e le sette città di Cibola e altre, ma anche i tre Indiana Jones). È proprio questo freno a mano tirato sulla sua tradizione che non consente alla Disney l'operazione che invece sarebbe dovuta essere d'obbligo: una volta raccolte con tanta perizia informazioni, stereotipi, forme, trucchi, scansioni narrative, refrain e leitmotiv del genere l'unica operazione consentibile è la rottura, il superamento violento della tradizione. Il risultato è un film piacevole, divertente e godibile come solo la Disney (spesso in collaborazione con Bruckheimer) sa fare, che ha il grande merito di essere un gran bel riassunto cinematografico con elementi di innovazione e elementi di regresso, ma comunque sempre in linea con la tradizione. Non ci si poteva aspettare di più, anzi. Il che non significa che Il mistero delle pagine perdute - National treasure sia un film automaticamente da bocciare, magari sotto la scure di qualche critico un po' troppo di élite: al contrario l'intrattenimento è una dose che deve essere tenuta conto nella visione di un film, perché non tutti sono Lynch e non sempre è possibile far esplodere (o meglio, liquefare) la narrazione come il cinema contemporaneo si sta proponendo di fare da qualche anno (o dalla sua nascita?) a questa parte.
E l'intrattenimento in questo film non manca: onore e gloria a Il mistero delle pagine perdute allora, in attesa, da cinofilo irriducibile, che presto qualcuno lo destituisca dal trono, magari, ma è una speranza viziata, proprio l'ultimo capitolo di Indy, cosicché chi ha iniziato faccia finire un'epoca per iniziarne nuovamente un'altra. Amen.

accedi o registrati per inviare commenti