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FRANCESCA COMENCINI E WILMA LABATE: REGISTE “OPERAIE”

In fabbrica e Signorina Effe - rispettivamente documentario e finzione - riportano l'autunno caldo sotto la Mole. Ma non convincono del tutto

FRANCESCA COMENCINI E WILMA LABATE: REGISTE “OPERAIE”

Operai alla Fiat. Ovvero, "In fabbrica alla Signorina Effe". Il gioco è solo nelle parole, in quanto nei lavori di Francesca Comencini e Wilma Labate si fa tutto tranne che giocare o divertirsi. Si documenta - per la prima - e si reinventa drammaticamente - per la seconda - l'autunno caldo della Torino del 1980, ai cancelli di Mirafiori ma non solo. Soprattutto per la Comencini, che con In fabbrica (nella foto) traccia una cronologia della vita operaia italiana a partire dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, e in cui i roventi 35 giorni di sciopero o la marcia dei 40mila sono dunque solo una parte di un percorso ben più lungo. 
 Registe entrambe devote al mondo del lavoro, sono arrivate al primo festival di Torino firmato Moretti con la voglia di "raccontare l'universo operaio nel suo lato più umano e non politico", dice Francesca Comencini. Da questo la sua scelta di soffermarsi ne In fabbrica sui fenomeni del terrorismo o del movimento operaio, propriamente detto; il suo documentario mostra volti e voci di chi l'Italia l'ha vissuta dalla fabbrica, il sacrificio quotidiano, la dedizione al lavoro che "produce", il senso di appartenenza e poi il rapido scivolamento verso l'indurirsi delle condizioni di lavoro, l'aumentare dei ritmi della catena di montaggio ma non altrettanto dei salari, la lotta contro i licenziamenti, i sindacati, la modernizzazione, l'entrata in scena degli extracomunitari. Manca una riflessione sugli anni Novanta perché "manca il materiale giusto" denuncia la figlia di Luigi Comencini. "La televisione - la RAI - negli ultimi dieci o quindici anni non è più entrata in fabbrica, non ha raccontato il lavoro dal di dentro come invece si faceva prima, con i grandi documentari. Io ho tentato di rivistare il genere, sperando di esserci riuscita". Questo, tuttavia, non giustifica l'assenza di un periodo di fatti così rilevante per i cambiamenti socio-economici del Paese che la cineasta poteva invece testimoniare diversamente. La conclusione, poi, è assai discutibile, mostrando a rappresentanza della nuova classe operaia un giovane senegalese che filosofeggia in italiano e che di operaio non ha proprio nulla se non la tuta. È uno studente di economia e commercio e presto smetterà di andare in fabbrica. È finita l'era operaia? La risposta non c'è.
Signorina Effe, invece, è un lungometraggio a metà tra il mèlò e il dramma sociale, che non soddisfa le attese di cui era circondato. E questo neppure del pur ottimo cast di cui si avvalora: la protagonista Valeria Solarino non è in parte, Filippo Timi funziona ma in lieve caduta nella parte finale, Fausto Paravidino, Sabrina Impacciatore sbiaditi, Fabrizio Gifuni e Giorgio Colangeli bravi ma con ruoli di poche sequenze. Signorina Effe ha il duplice valore di Fiat, ovviamente, ma anche della signorina Emma Martano, impiegata dell'Avvocato nell'emergente reparto informatico, studentessa universitaria, fidanzata con promettente e benestante ingegnere sempre di casa Fiat. Nulla di migliore per il cosiddetto riscatto sociale da una famiglia meridionale - da cui proviene - e proletaria. Ma la tragedia arriva con l'innamoramento passionale per un operaio "testa calda". Il finale è pessimista, sintomo dell'ipocrisia annunciata della modernità "anestetizzata", usando un termine utilizzato dall'Impacciatore, che nel film interpreta Magda, la sorella di Emma-Valeria Solarino. La storia potrebbe anche intrigare lo spettatore, ma i problemi, di stampo tutto cinematografico, sono diversi: da un montaggio non efficace e talvolta addirittura sbagliato, a una scelta musicale poco riuscita, alla mancanza di "rotondità" in alcuni personaggi.
Una - anzi - due occasioni non sfruttate al meglio per raccontare parti della nostra storia, da due registe che la materia la conoscono bene. "Mi piace lavorare" e "Il lavoro stanca" insegnano.

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