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TORINO FILM FESTIVAL DI DOMENICA: BEI FILM, LUNGHE CODE E QUALCHE DISAGIO
Da Cannes arriva il nuovo film di Béla Tarr, mentre da Locarno abbiamo visto Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi e Tejút di Benedek Fliegauf
Domenica di pienone per il Torino Film Festival. Sembra che improvvisamente tutta la città, più i numerosi turisti o lavoranti cinematografici, si sia riversata nelle 9 sale del festival. E non si pensi sia successo solo per i titoli più noti: per vedere Kunsten a tenke negativt, divertente quanto sconosciuta black comedy norvegese proiettata alla 12.00, bisognava pazientare 20 minuti buoni in fila (forse il motivo è l'orario post messa, date le numerose chiese presenti intorno all'Ambrosio...). Va detto che la biglietteria elettronica non funziona benissimo, e la scelta di dare la precedenza ai possessori di biglietti invece che agli accreditati è piuttosto discutibile e provoca ire diffuse.
Affollatissima è stata la proiezione di Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi. Il film è un particolare documentario di montaggio e smontaggio, un viaggio negli anni '60 e '70 nei dintorni del femminismo: decisamente interessante. Sempre in Panorama Italiano trova spazio l'esordio alla regia di Fabrizio Bentivoglio, Lascia perdere, Johnny!, di cui parleremo la prossima settimana per l'uscita in sala.
Accoppiata potentissima invece quella proposta da Massimo Causo, curatore de La zona: prima Béla Tarr, con il suo A London Férfi (L'uomo di Londra), 135 minuti con poca azione ma di puro cinema in B/N, poi Tejút, sempre Ungheria, questa volta di uno degli autori più in voga della nuova leva: Benedek Fliegauf.
A London Férfi (nella foto) arriva direttamente da Simenon: un noir di quelli veri, con un porto, un omicidio, un commissario dai modi sbrigativi, uno straniero, qualche tipo losco e soprattutto un sacco di soldi in ballo. Ma la trama passa in secondo piano, quello che bisogna notare sono i piani sequenza belli e lunghissimi, la fotografia da brividi (facilitata chiaramente dal B/N), la capacità di penetrare nei volti dei personaggi, di restituirci lentamente la vita. E proprio attraverso l'attenzione maniacale per i particolari Béla Tarr costruisce geometrie umane. Semplicemente splendido, imperdibile.
Ed anche Tejút è fatto di lunghi piani sequenza, veri e propri tableau vivant di umanità varia conditi con musica e rumori ed una fotografia, anche qui, da standing ovation. Due perle ungheresi che hanno stregato anche lo "spettatore medio" torinese.


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