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DANI LEVY: IL MIO HITLER TUTTO DA RIDERE

Il regista tedesco, campione d'incassi in Germania con Zucker!, presenta il nuovo film che attinge il comico dalla tragedia per eccellenza. Con un occhio al Grande dittatore  di Chaplin (Videa - CDE, al cinema dal 23 novembre)

DANI LEVY: IL MIO HITLER TUTTO DA RIDERE

Maglioncino marrone, occhiali dalla montatura giovanile e zazzera spettinata. Così si presenta la faccia curiosa e incuriosita di Dani Levy a Roma, in una splendida giornata di novembre, per presentare il suo nuovo film, Mein Führer, satira improbabile e grottesca della Germania degli anni '40, che ha destato scalpore in patria suscitando svariate critiche e qualche apprezzamento. Ma Levy si lascia per un momento alle spalle tutto questo, e si concede un ricordo di Ulrich Mühe, splendido interprete di Funny Games e de Le vite degli altri, qui alla sua ultima interpretazione prima della prematura scomparsa dovuta ad un tumore.
"Conoscevo Mühe da tanti anni - dice Levy. Un uomo modesto, silenzioso. Non era un divo, non si dava mai delle arie. All'inizio aveva partecipato al casting, ma lo avevo rifiutato. Poi l'ho richiamato, e ho fatto una scelta splendida. In fase di montaggio mi sono reso conto di quanto la sua tecnica sia splendida, di quanto curi il dettaglio. Mentre stavamo girando non sapevamo che fosse malato. E' stato ricoverato appena abbiamo finito le riprese..."
Chiude con un sorriso malinconico, per poi riprendere a spron battuto sulle reazioni che il film ha suscitato in patria: "Beh, il pubblico ha apprezzato molto, c'è stato più di un milione di persone che è andato a vedere il film. Le critiche invece sono state di tutti i tipi. La domanda che mi si rivolgeva sempre e che trovavo piuttosto noiosa era relativa al fatto di quanto fosse consentito scherzare su Hitler. Per me era semplicemente una tragedia con elementi comici, perché una vera e propria commedia su questo tema non si può fare. Sono stato in diverse sale, a diverse proiezioni, e le reazioni erano sempre diverse. Alcuni ridevano da coprire il sonoro, in altre sale c'era un silenzio di tomba. Questo film si assorbe in maniera del tutto soggettiva".
L'esigenza di girare una pellicola tanto fuori dal comune nasce da lontano: "Sono stato sempre a disagio con le ricostruzioni al cinema del nazismo in Germania. Il tentativo era sempre quello di shockare il pubblico. In altri paesi si esploravano approcci diversi. Da voi per esempio, ci sono esempi interessantissimi: Pasolini, Benigni, la Wertmuller. Da noi non esistono film così. Ho molto riflettuto in effetti sul fatto che Hitler potesse essere una figura umana, anche comica. Ho accettato la sfida, ma sapevo sarebbe stato un film controverso".
Un Hitler comico dunque. Un debito enorme da saldare dunque, che Levy non ha timore di riconoscere: "Beh si deve tutto a Chaplin e al suo Grande dittatore. Quello è un film con cui ho dovuto fare inevitabilmente i conti".

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