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AI CONFINI DEL PARADISO
di Fatih Akin
Sceneggiatura: Fatih Akin
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Andrew Bird
Scenografia: Tamo Kunz, Sirma Bradley
Costumi: Catrin Aschendorf
Musiche: Shantel
Interpreti: Baki davrak, Nursel Kase, Hanna Schygulla, Tuncel Kurtiz, nurgul Yesilcay, Patrycia Ziolkowska
Produzione: Corazon International (Germania), Anka Film (Turchia)
Distribuzione: BIM
Nazionalità ed anno: Germania, 2007
Durata: 122'
Data di uscita: 9 novembre 2007
Titolo originale: Auf der anderen seite
Sito ufficiale
Sito italiano
Il successo può essere un grande problema. Sembra assurdo ma spesso, per un regista magari giovane, è drammaticamente vero. Specialmente se si tratta, ancor più di un successo, di una riuscita, una realizzazione artistica. La sposa turca è stato un enorme successo per Fatih Akin (34 anni), ma anche e soprattutto un gran film; potremmo dire una bomba. Ai confini del paradiso doveva quantomeno eguagliare il precedente, mantenere e se possibile alzare il livello e questo era tutt'altro che facile. Dopo aver visto il film viene spontanea la risposta che sì, ci è riuscito; ma a quale prezzo?
Tutto, rispetto a La sposa turca, si complica e si espande, a cominciare dalla trama. Due storie parallele, come due linee, si sviluppano, si intersecano, si avvicinano senza incontrarsi mai. Il padre (turco) di un giovane professore universitario tedesco si invaghisce di una prostituta non più giovane, sua connazionale, e la convince a vivere con lui. Questa donna fa "il mestiere" per mantenere una figlia in Turchia, per mandarla a scuola. La madre non sa nulla della figlia, né questa saprà mai nulla della vita ingrata della madre. Una lite, uno schiaffo dato troppo forte, per "caso", dall'uomo, e questa madre muore ("La morte di Yeter" è il titolo del primo quadro). A questa morte seguirà un'altra morte, apparentemente altrettanto accidentale, e fra questi due segni neri, che rigano consumano, quasi bucano la pellicola che scorre di fronte agli occhi dello spettatore, c'è il viaggio del giovane professore, Nejat, in Turchia per trovare la figlia di Yeter e c'è un altro viaggio in Germania, proprio di questa figlia, Ayten. Ayten è una militante politica, è ricercata, fugge. Conosce Lotte, giovane studentessa di Amburgo. La seduce, sfruttando in modo furbesco e perverso, lucido, la sua immagine di rivoluzionaria e questa luce accecante trascinerà Lotte, ingenua, ribelle, figlia di una sessantottina fallita, nel baratro e nel suicidio.
Fallimento di una generazione passata, incarnata nel padre del professore, stupido e inetto, e nella madre di Lotte (interpretata da una grande Hanna Schygulla, musa di Fassbinder), ben più intelligente ma disperante e vuota proprio in quel suo essere liberale. Fallimento di una generazione giovane, che cerca la morte bella, così, senza un motivo preciso (Lotte) o che sembra volere la stessa morte e magari combatte anche per valori umanitari alti ma in verità mette la morte negli altri, distrugge, acceca, fa impazzire. Forse è per questo che, nonostante tutti gli sforzi di Nejat, il giovane professore di tedesco, lei, Ayten, la vagabonda, la randagia che forse si porta dentro una malattia incurabile e mortale, contagiosa, non la troverà mai. Nemmeno quando, alla fine, per una serie di casi fortuiti, se la ritroverà nel suo stesso appartamento. Perchè questa ragazza, forse, per la mente geniale del regista, rappresenta qualcosa che rimane sempre invisibile. Invisibile e impossibile da scoprire, da smascherare.
Per riuscire a catturare la magia selvaggia, "altra" di Istanbul con tutti i suoi conflitti sociali e anche politici confrontati con la fredda Amburgo, per superare e arricchire gli orizzonti del film precedente che sembrava troppo psicologico, il regista ha scelto lui stesso di tenersi fuori: di osservare in modo freddo, distaccato, le sorti miserabili e orrende dei suoi personaggi, come se non fossero più figli della sua fantasia. Sarà per via di questo sguardo raffreddato, che non emoziona mai, che quasi uccide proprio perchè allo stesso tempo seduce con un'arte sopraffina, che il film è attraversato da un terribile fatalismo, a tratti un po' artificiale, meccanico. Come la scena finale, che si ripete identica a quella dell'inizio per terminare in un quadro statico, come era rimasto statico il vero protagonista, Nejat, il giovane uomo che aveva provato comunque, fino alla fine, a cercare ancora le sue origini, le sue radici.
Tra l'astrazione geometrica di Antonioni e l'espressionismo violento di Tony Gatlif, questo film resta e s'impone come un lavoro di enorme spessore. Forse un po' troppo smaliziato, troppo incline a usare i trucchi più "alti": ellissi, rebus, inquadrature alla Hitchcock, anche (diciamolo) qualche pruderìe gratuita, come il lungo bacio saffico tra le due protagoniste.
Akin doveva superarsi e ha messo giù tutte le carte che aveva. Forse troppe. Ma la capacità di dirigere gli attori, di costruire le inquadrature, la profondità dello sguardo e la bellezza, sia pure raggelata, del film nel suo insieme è davvero notevole. Si può sperare, per il terzo film di questa ideale trilogia, in una fusione dei primi due?


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