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I VICERÈ
di Roberto Faenza
Soggetto: Roberto Faenza (liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Federico De Roberto)
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Francesco Bruni, Filippo Gentili, Andrea Porporati - in collaborazione con Tullia Giardina e Renato Minore
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musiche: Paolo Buonvino
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Milena Canonero
Interpreti Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi, Lando Buzzanca, Guido Caprino, Lucia Bosè, Franco Branciaroli
Produzione Elda Ferri - Jean Vigo Italia in collaborazione con Rai Cinema e Rai Fiction, Institut del Cinema Català (ICC), VIP Medienfonds 2
Distribuzione: 01 distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2007
Durata: 120'
Data di uscita: 9 novembre 2007
Sito ufficiale
Note: In contemporanea alla versione cinematografica è stata girata anche la versione estesa per la televisione - una fiction in due puntate - con i medesimi interpreti e le stesse location.
Alla morte dell'anziana principessa Teresa, l'intera stirpe si riversa nelle stanze e nei saloni del palazzo di famiglia. Più del legame di sangue può l'avidità e la prepotenza, e i membri della nobile famiglia Uzeda, discendenti dei viceré di Spagna, devono essere pronti a rinunciare alla felicità pur di non perdere il diritto/dovere alla sopraffazione, esercitata soprattutto verso i più deboli. Il tutto in nome dell'ideale che sta più in alto di ogni cosa: il potere.
Interno nobile siciliano di metà/fine secolo (il diciannovesimo) con rapidi squarci sulla neonata Italia unita, furbescamente illuminata nei suoi richiami all'attuale situazione del nostro paese. Nel misurarsi con l'"intoccabile" romanzo verista di De Roberto, Faenza lima molte spigolature, domandone in parte la carica sovversiva e fornendo, senza dubbio, una lettura facilmente assimilabile al grande pubblico.
Merletti e crinoline, amori romantici quanto impossibili, matrimoni tra cugini di primo grado, odio spacciato come sentimento del privilegio. E il seme della follia (e della deformità fisica) che striscia e si insinua da una generazione all'altra, quasi uno stemma di famiglia, e colpisce nelle forme più disparate, dalla superstizione più esasperata al bigottismo più disperato. Questi gli ingredienti che la riduzione cinematografica prende a piene mani dal romanzo "censurato per oltre 100 anni", come recita la didascalia della locandina. Ma un film non è mai un libro - lo dice lo stesso regista - e soprattutto in questa occasione il salto era davvero arduo.
Il baricentro delle vicende narrate è tutto a favore di Consalvo (Preziosi), che seguiamo fin dalla tenera età, quando è vittima di punizioni - fisiche e morali - che colpiscono la sua infantile e curiosissima irrequietezza. Da subito il personaggio prende per mano lo spettatore, mostrando lo strano mondo in cui vive, le ferree regole che lo muovono e i tanti personaggi che lo animano. L'ottima idea, fra l'altro supportata da un discreto cast di attori bambini, tende però a mostrare la corda man mano che la storia avanza e si fa di più ampio respiro. Nonostante le - inevitabili e giustissime - riduzioni e cambiamenti dal romanzo su numero di personaggi e situazioni, la complessità dell'intreccio permane come caratteristica fondante, e l'accentramento, talvolta esasperato, sul solo Consalvo non può supportarla. Anche perché il cuore della famiglia, colui che tutto e tutti comanda con piglio - quasi - irresistibile, è il patriarca principe Giacomo (Buzzanca), primogenito della defunta principessa e padre del ribelle Consalvo e della sottomessa Teresa (Capotondi), amata e vezzeggiata soltanto se obbedisce senza se senza ma. Lo scontro generazionale tra padre e figlio, amplificato dagli echi di rivoluzione che inesorabilmente arrivano fino in Sicilia, è inevitabile e violentissimo. Ma l'ultimo erede della casata è pur sempre un Uzeda, e saprà trovare la strada per restare in piedi, anche - e soprattutto - agendo al di fuori delle volontà paterne.
Sono tanti i riferimenti all'odierna situazione italiana che il film, appoggiandosi ai dialoghi originali e senza tempo di De Roberto, riesce a sfruttare con il dichiarato intento di ammiccare (tanto da aprire il film con una sorta di certificato di originarietà sulle frasi presenti nel film): "Destra, sinistra, oggi non significano più niente!", oppure "Libertà è una parola che non costa niente e accontenta tutti!", tanto per fare i due esempi più eclatanti. Ma c'è spazio anche per un più classico dar di gomito allo spettatore con facili battutine sull'assurdità del voto alle donne o sull'amoralità della "razza" dei giornalisti. O con citazioni pittoriche d'immediata riconoscibilità.
Indovinate le location (tra cui il castello di Ariccia, già scelto da Visconti per Il Gattopardo), sapienti le scelte di fotografia - soprattutto in interno - e curati, come sempre, i costumi di Milena Canonero.



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