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CON FATIH AKIN “AI CONFINI DEL PARADISO”
Il talentuoso regista tedesco di origine turca presenta il nuovo film (BIM distribuzione, dal 9 novembre nei cinema)
Tre candidature agli Oscar europei; premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2007. Questo il biglietto da visita di Ai confini del paradiso di Fatih Akin, giovane regista tedesco di origine turca (solo 34 anni); già di per sé abbastanza impressionante, trova la sua giusta dimensione solo quando ci si ricorda, solo un attimo dopo, che è suo anche La sposa turca, Orso d'oro a Berlino nel 2003 e acclamato come uno dei film più sconvolgenti degli ultimi anni.
Presente a Roma in occasione del suo ultimo lavoro, Akin ci è parso prima di ogni altra cosa un ragazzo estremamente semplice, senza alcun segno manifesto o esibito del suo mestiere di "regista", di artista a tutti gli effetti. Estremamente maturo per l'età, specialmente dal punto di vista della scrittura come conferma il premio a Cannes, Akin ha risposto alle molte domande del pubblico con gli occhi, prima ancora che con le parole. Uno sguardo particolare, penetrante, che si ritrova incredibilmente nel taglio originalissimo delle inquadrature nei suoi film, nella luce, nei tempi di osservazione e respiro dello spazio che riempiono le immagini. Immagini che però sembrano aver perso, in questo Ai confini del paradiso, gran parte di quell'impatto non solo fisico ma anche emozionale che caratterizzava La sposa turca.
"Ho deciso di assumere una posizione più distante, da spettatore; senza giudicare gli eventi, senza lasciare che un argomento, un tema o un messaggio prevalga sugli altri per lasciare che lo faccia lo spettatore", dice il regista. Trattando il film, tra gli altri, anche il tema delicato del conflitto con i curdi, Akin giustifica questa maggiore distanza col fatto che non voleva assolutamente che il film potesse esser strumentalizzato pro o contro la Turchia, che sembra ormai prossima all'ingresso nell'Unione Europea. Un'altra ragione è la nascita di un figlio, evento così significativo da spingerlo a rivedere completamente la sceneggiatura.
Una sceneggiatura molto articolata, forse troppa carne al fuoco alla prova dei fatti cioè quando è diventata film. E anche un po' furbetta, già smaliziata nel mostrare allo spettatore poco attento le varie chiavi necessarie a seguire lo sviluppo intricato della trama. Ma il film resta un'opera genialmente diretta, sempre ricchissima, densa, anche se questa ricchezza appare come disseccata, esposta al sole e osservata attraverso un occhio che vorrebbe spacciarsi per già maturo, disincantato, fatalista.
Un film filosofico, non politico, ci tiene a precisare il regista tedesco, dove la violenza viene colta e rappresentata nelle sue forme più assurde, apparentemente casuali, proprio per questo più incombente, disperante, nera. Un film sulla morte. Strana reazione di questo giovane autore alla nascita di un figlio. Già in fase embrionale, procede la stesura del terzo episodio di una sorta di trilogia, il cui tema sarà il male.
Che si sia persa per strada, in uno di questi suoi viaggi fantastici e immaginari nella terra d'origine, così vicina e "altra", estranea qual è la Turchia, che si sia persa la speranza di ritrovare le "proprie" origini e di una rinascita (personale, politica ecc.) perchè il pensiero "filosofico" del film è fermo al pensiero che il male è insito in ognuno di noi e ineludibile?
Una domanda troppo filosofica, che abbiamo risparmiato a questo giovane talento del cinema. Se anche solo la metà, un terzo dei film italiani di quest'anno, proponesse in modo così geniale tematiche così profonde, il nostro cinema sarebbe a cavallo.



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