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TIDELAND - IL MONDO CAPOVOLTO
di Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni, Terry Gilliam
Fotografia: Nicola Pecorini
Montaggio: Lesley Walker
Musiche: Mychael e Jeff Danna
Scenografia: Jasna Stefanovic
Costumi: Mario Davignon
Interpreti: Jeff Bridges, Modelle Ferland, Brendan Fletcher, Janet McTeer, Jennifer Tilly, Dylan Taylor
Produzione: Capri Films
Distribuzione: Officine Ubu
Nazionalità ed anno: Canada, Gran Bretagna 2006
Durata: 120
Data di uscita: 31 ottobre 2007
Titolo originale: Tideland
Sito ufficiale
Sito italiano
Soundtrack
I grandi spazi dell'America rurale, le sottoculture politico-sociologiche della provincia più sconosciuta, le pieghe del tessuto sociale nelle quali si annidano orrore e perversione. Di tutto questo (e di molto altro) parla Terry Gilliam, nel suo nuovo, disturbante lavoro. Un film che provoca, inganna, fin dalla rassicurante locandina. Ma il mondo capovolto del regista assume questa volta non il connotato del 'fantastico' che lo aveva sempre contraddistinto, ma quello di una macabra favola dell'orrore, mediata sì dagli occhi della bambina che ne è protagonista, ma pur sempre grottesca, disturbante per scelta narrativa ed estetica.
Lo sprofondare sempre più lento e sempre più profondo di Alice nella tana del bianconiglio, che viene raccontato all'inizio della storia su uno schermo buio, nero, come summa e chiave di lettura di tutta la pellicola, corrisponde all'approfondirsi del percorso di analisi del regista sulle pulsioni più radicate e nascoste del mondo in cui vive. E nel procedere si scontra e fa i conti con la cruda favola di Cullin, da cui è tratto il soggetto, e se ne appropria intelligentemente, scegliendo di puntare su un realismo sì edulcorato, ma il cui impatto visivo non è mai fine a se stesso, ma sempre pregno e funzionale nella descrizione di un quadro crudo, di uno spaccato cinico e secco su una storia che non cerca nessun compromesso con lo spettatore.
Anzi, le sequenze meno riuscite sono proprio quelle in cui Gilliam attinge un po' pedantemente al suo classico repertorio fantastico, nella descrizione un po' superflua dell'inconscio della piccola Jeliza-Rose (interpretata da una brava Jodelle Ferland), attraverso la rappresentazione approssimata di sogni che nulla aggiungono alla pregnanza dell'opera, ma che al contrario ne diluiscono la portata estetico-narrativa.
La piccola Jeliza-Rose si ritrova così, dopo la morte della madre, a fare i conti con un padre - il quasi caricaturale Jeff Bridges, nei panni per l'ennesima volta di un tossico stralunato - al quale deve costantemente accudire, che la porta nella decrepita casa della prateria della nonna defunta, nella quale troverà anch'egli la propria fine in un'ultima, silenziosa, overdose. Perso anche il padre, l'ultimo, unico legame con quel nucleo familiare che nonostante tutto fungeva da estremo, sgangherato baluardo contro la durezza e lo straniamento di una realtà matrigna, avida di perdono e compassione, e gravida di brutture e disillusioni, il viaggio della bambina diventa un colorato incubo, nel quale si imbatte in vicini degni della migliore storia dell'orrore, e durante il quale disseppellisce vecchie e morbose storie di pedofilia, arrivando a vivere, da innocente, un amore malato.
C'è molto di Psycho nel film di Gilliam, reso (se possibile) ancora più inquietante dallo straniamento di una situazione, già di per sé marcia, che viene vista con i puri e deformanti occhi di un bambino. Un requiem che assume i contorni di un moderno Non aprite quella porta, e che introduce l'elemento disturbato e disturbante di un'infanzia non sana, in qualche modo, nella sua semplicità, malata. Gilliam poi dirige il tutto con sapienza, scegliendo di inquadrare dall'alto al basso, con una macchina da presa quasi mai perpendicolare al terreno, rendendo così anche sul piano dell'estetica dell'immagine quel senso di irrealtà, di deformazione delle cose, che è proprio della piccola protagonista, che riesce a tenere perfettamente la scena da sola (la parte centrale del film è sostanzialmente un lungo monologo della giovanissima attrice), regalando alcune scelte stilistiche veramente notevoli (si pensi al passaggio temporale giorno/notte reso attraverso il passaggio "fisico" del pullman sotto il cavalcavia).
Peccato dunque per il regista non aver saputo cedere alla tentazione di rifarsi un po' manieristicamente, in alcuni passaggi, al proprio consolidato bagaglio immaginifico, che depotenzia in qualche misura l'intera portata della pellicola. Nonostante ciò, Tideland è uno dei film meno compiaciuti di Gilliam, che sceglie di non scendere a compromessi con se stesso e con le proprie piccole manie,offrendo una storia dal respiro ampio, che si presta coraggiosamente a diversi, scomodi, piani di lettura, che non permetteranno allo spettatore di uscire tranquillo dalla sala.


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