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CON TERRY GILLIAM NELLA TERRA DELLE MAREE: "ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE INCONTRA PSYCHO"
Il regista americano di culto presenta Tideland - Il mondo capovolto, ennesima folle trasposizione cinematografica contraddistinta dalle consuete traversie produttive (Officine Ubu, al cinema dal 31 ottobre)
Sbarca a Roma l'eclettico Terry Gilliam, armato di improbabile giacca variopinta e treccina che spunta sulla nuca da capelli tagliati cortissimi, sorridente e disponibilissimo nel rispondere alle domande sul suo ultimo Tideland - Il mondo capovolto, distribuito in Italia da Officine Ubu nella misera quantità di 25 copie (a Roma, per esempio, lo proietteranno solo al Farnese e al Politecnico Fandango). Una storia cupa e visionaria, nata dalle solite difficoltà economiche e produttive che da sempre caratterizzano le pellicole dell'ex Monty Python.
"Ogni film è come il primo - ci dice sornione - e ognuno ha le proprie, solite, difficoltà produttive". Ma Gilliam sprizza ancora un contagioso entusiasmo, quello di un regista che, per dirla con Matt Damon, "non ha paura di sporcarsi nel fango" pur di portare fino in fondo i lavori dettati dalla sua personalissima idea di cinema. "Mi entusiasmo ad ogni bel progetto che mi capita sotto mano. In Tideland, per esempio, c'è tutta la mia personalità: il lato sottile, tenero, ma anche quello provocatorio". Ci tiene a sottolineare questo secondo aspetto, proprio perchè vuole "incoraggiare le persone a reazioni forti, anche e soprattutto attraverso temi che spesso sono considerati tabù. Oggi sembra che l'aspirazione maggiore nell'andare al cinema sia quella di addormentarsi sopra la propria scatola di popcorn".
Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Mitch Cullin, al quale Gilliam, scherzosamente, attribuisce per intero la paternità dell'opera. "Quando abbiamo letto lo script, infatti, abbiamo cercato di rimanergli il più possibile fedeli al testo, cercando di mettere poco Gilliam nel film, cosicchè, se il film non piacerà, si potrà dare interamente la colpa allo scrittore e non a me! L'unica differenza importante che mi sono sentito di introdurre è che il libro viene narrato in prima persona. Al cinema questo aspetto avrebbe spazzato via subito ogni dubbio rispetto alla sorte della protagonista, cosa che invece volevo tenere in sospeso. Il libro invece mi sembrava per il resto formidabile. Ecco cosa succede se Alice nel paese delle meraviglie incontra Psycho".
C'è un grande lavoro sugli spazi in Tideland, e il regista ne ammette l'origine: "Volevamo girare una sorta di western, per questo c'è un così grande utilizzo dell'orizzonte, degli spazi aperti. Con il direttore della fotografia ci siamo ispirati ad un quadro di Andrew Wyeth, Christina's world (nella foto), e ci abbiamo costruito intorno tutto il film".
Ci si domanderebbe se in qualche modo, un film che scende così a fondo nel degrado di un anfratto sconosciuto degli States, non rappresenti in qualche modo una netta presa di posizione sulla condizione attuale dell'America. "Non avevo mai considerato la pellicola da questo punto di vista - ammette il regista -ma devo dire che ogni lavoro che dirigo tira fuori qualcosa dal mio profondo. Per cui una lettura del genere per molti versi è giusta. Tideland, per me, è molto simile a Brazil: entrambi mi sono serviti, in momenti diversi, a fare i conti con un certo modo di descrivere la società che usa il cinema americano, nel quale non mi ritrovo". E sorprendentemente, benedice le difficoltà nelle quali spesso lo conducono questo suo modo anticonformista di guardare alle cose. "Sarebbe spaventoso avere un budget illimitato! Si lavora molto meglio con delle limitazioni. Guardate il film: è meglio avere un sacco di polvere da sparo sparsa in giro o due candelotti di dinamite, ma ben confezionati?".
E così, con questa convinzione e con questa passione, si lancia sul suo prossimo lavoro: "Non vi voglio svelare molto. E' un film sulla grande sfida tra il mondo dell'immaginazione e quello concreto, materiale, "stuff", delle cose. Nel cast ci saranno Heath Ledger, Tom Waits e Christopher Plummer".
Conclude raccogliendo e rilanciando la provocazione che gli viene posta, sulla somiglianza della sua pellicola con Il labirinto del fauno. "L'ho visto insieme a Del Toro, che aveva già visto il mio film. Alla fine mi si avvicina e mi fa 'Ma ti rendi conto che senza saperlo abbiamo fatto due film assolutamente simili?'. 'No, c'è una differenza', gli ho risposto io. 'Il tuo è stato amato dalla critica, mentre il mio verrà stroncato!'"



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