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IN ATTESA DI MORIRE
La sezione Extra affronta il macabro tema in due documentari traboccanti vita: In Prison my whole Life (incentrato su Mumia Abu Jamal, ex esponente dei Black Panthers da venticinque anni nel braccio della morte) e La Position du lion couché, lucido resoconto dell'affrontar la morte di giovani malati terminali.
La notte del nove dicembre 1981 il ventisettenne afroamericano Mumia Abu Jamal (nella foto), giornalista, padre di famiglia, carismatico esponente del movimento dei Black Panthers, viene arrestato in quel di Philadelphia con la pesantissima accusa di aver ucciso a colpi di pistola Daniel Faulkner, poliziotto. Bianco. In quelle stesse ore, a Londra, veniva alla luce William Francome. Venticinque anni dopo, mentre Mumia si prepara a ricorrere ancora una volta in appello, William riflette su un dato: l'uomo ha trascorso in carcere un periodo di tempo pari alla propria intera vita. Opera adottata da Amnesty International.
Prodotto (produttore esecutivo) dalla star hollywoodiana Colin Firth, da sua moglie (Livia Giuggioli-Firth) e co-prodotto anche dall'italiano Domenico Procacci, In Prison my whole Life è il racconto di un viaggio - per troppi versi allucinante - nei torbidi meandri della giustizia statunitense affrontato dal venticinquenne William, un ragazzo con una spiccata coscienza politica e la consapevolezza di essere un privilegiato anche soltanto per non avere trascorso due decenni e mezzo in una cella due metri per tre. In questo lungo periodo in molti hanno fatto sentire la propria voce, certi dell'innocenza di Mumia - la cui condanna a morte risale al luglio del 1982 - e delle moltissime irregolarità verificatesi durante il processo, su cui pende forte il sospetto di pregiudizio razziale di giudice, giuria e testimoni dell'omicidio. La voce più forte, finché gli è stato consentito, è stata proprio quella di Mumia, voice of the voiceless, che dal carcere ha scritto libri, partecipato a innumerevoli trasmissioni radiofoniche, rilasciato interviste e posato per svariati servizi fotografici. Dal 1995, con una legge definita "Mumia's law" tutto questo gli è impedito, e l'ormai ultracinquantenne giornalista sfrutta i quindici minuti settimanali consentitigli per telefonare alla famiglia per far sentire ancora la propria voce in radio.
Interventi eccellenti, fra i tanti, di Noam Chomsky, Alice Walker (premio Pulitzer nel 1983 per Il colore viola), Angela Davis, Steve Earle, Snoop Dogg.
Atmosfera tutt'altro che di rassegnazione per Mary Jimenez ne La Position du lion couché. Prodotto dai fratelli Dardenne, il documentario affronta con lucidità e delicatezza l'ultima fase della vita di alcuni giovani malati terminali, ospiti presso un centro semiospedaliero. Pur adottando la facile strada della comparazione tra la vita e la morte - nel seguire la gravidanza della parente di una donna che sta per morire - La Position du lion couché sfugge dalla banalità e dal pietismo e riesce a far riflettere sul vero significato della vita, degli affetti, dell'amore. Mary Jimenez, spesso inquadrata durante i colloqui con le persone malate, nel corso del documentario si trasforma in uno dei suoi protagonisti, permettendo allo spettatore una visione sempre più partecipata attraverso la sua sensibilità. In maniera indiretta la regista si può quindi anche permettere un grosso calcio nel sedere di chi, armato di pregiudizi medievali e nient'altro, non consente la libertà di scelta della morte che si desidera in chi, purtroppo, è condannato a farlo a breve. E la toccante - e mai disperata - cerimonia di addio alla vita di una delle protagoniste ne è un esempio fulgido e illuminante.


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