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VITA QUOTIDIANA: L’IRONIA COMMOVENTE PREVALE SUL DRAMMA
Juno e Things we lost in the fire passano alla Festa di Roma. Sorprende la commedia fresca e intelligente di Jason Reitman; troppo sapore di Hollywood nella nuova prova della regista danese Susanne Bier
Sta diventando un'ospite fissa della kermesse romana la danese Susanne Bier, l'anno scorso in concorso con il suo Dopo il matrimonio. Ritorna e questa volta gli avvenimenti non si svolgono nei paesi scandinavi e con attori, ottimi, di quei luoghi. Things we lost in the fire suggella un sodalizio, speriamo non per molto, dell'ennesima firma europea captata dalle major americane. Ambientata a Seattle, ha tra i produttori Sam Mendes e come protagonisti Halle Berry e Benicio Del Toro, co-protagonista fantasma David Duchovny.
Cast stellare per raccontare un ennesimo dramma. Coppia arrivata, felice, due figli (dei quali una la stessa figlia della Berry, Micah), non potrà non esimersi, causa il destino bastardo, dalla tragedia: lui, Duchovny, verrà ucciso da un marito in preda alla follia cercando di togliergli dalle grinfie la moglie pestata. Solitudine, disperazione, incredulità. Ma è sottratto dal suo limbo Benicio Del Toro, Jerry, migliore amico del defunto malgrado la sua deriva nell'eroina e nell'autodistruzione. Viene chiamato a coabitare con la famiglia distrutta, per iniziare insieme un cammino di risalita e redenzione.
Bravi gli interpreti, su tutti Benicio Del Toro che incarna in modo sorprendente l'annebbiamento e il dolore della dipendenza e il tentativo di sottrarsene. Cresce l'affetto tra di lui e i due orfani, che vedono la possibilità di un amico, un padre. La diffidenza iniziale di Halle Berry, Audrey, si scioglie a poco a poco, fino ad una gratitudine reciproca che solo il futuro, e la guarigione dall'addiction post ricovero in clinica privata, indicherà cosa potrà portare.
Susanne Bier paga tributo a Hollywood dandoci un'opera ben congegnata, e architettata, in cui però la sincerità del dolore non arriva mai del tutto ad essere piena, ma solo esposta. Rimane su tutto l'immagine di un mazzo di rose rosse che ridonano speranza, accompagnate da un biglietto: accetta quello che c'è di buono. Concediamoci di fare un passo alla volta. Diamoci la possibilità di cosa potrà venire, giorno dopo giorno.
Figlio d'arte del regista Ivan Reitman, il giovin Jason aveva già dato prova di saperci fare dietro la macchina da presa nella costruzione di storie virate in modo non banale. La sua precedente prova d'autore con Thank you for smoking ne è infatti lampante esempio. Con Juno (nella foto) sorprende di nuovo fin dall'inizio con titoli di testa in cui utilizza l'animazione per tracciare la strada nel quotidiano della protagonista Ellen Page, già Kitty Pride in X-Men: The Last Stand, verso la prova del nove del test di gravidanza: incinta. Sedici anni, catalogata forse anche da se stessa diversa, genitori divorziati ma padre e matrigna superlativi nella loro semplicità e comprensione. I dialoghi sono scoppiettanti nel delineare una realtà iper, spinta, e per questo del tutto verosimile. Ragazzini devono affrontare questioni da adulti. Il sedicenne, padre del bambino in arrivo, corre, completino da runner che paga tributo al cinema di Wes Anderson, come il film per certe atmosfere surreali, dipendenza da tic tac gusto lampone. Non sa cosa dire, cosa fare di fronte all'irruenza e sicurezza, esibita e apparente sicurezza, di Juno. Pensiero di aborto che si trasforma in adozione, e caccia della relativa coppia congeniale. In arrivo la coppia perfetta: Mark e Vanessa. Belli, ricchi, e con tanta voglia, soprattutto lei, di maternità. Jason Bateman, Mark, ancora rincorre nuove possibilità e vita, si scopre disamorato della perfetta Jennifer Garner, Vanessa, forse attratto da Juno, e dalla giovinezza e dalle possibilità che rappresenta. Desiste con la moglie di fronte alla giovane portatrice di vita, che scappa e piange in macchina, perché la sognata culla perfetta si sta dimostrando un'ennesima conferma di sconfitta, come lo è stata per lei la prima madre con il padre.
La delicatezza di tocco, e la commozione, non banale e in agguato, si manifestano. Juno ritrova il coraggio di credere nell'amore per il giovane runner, Paulie. Ma sono troppo giovani per crescere un bambino. Sul letto dell'ospedale, lei e Paulie stanno abbracciati, non volendo vederlo, ma sapendo che è la cosa giusta per lui. Lo culla invece Vanessa, ora sua madre, e proprio per questo spaventata a morte dalla responsabilità che l'aspetta, e dalla gioia. Musiche di valore accompagnano il film. E una canzone live dei due innamorati, che hanno accettato quello che provano, chitarre alla mano, ci ricorda la semplicità di un sentimento: amare.


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