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BRUCE WILLIS: ANCORA PRONTO A VIVERE O MORIRE
L'attore presenta a Roma il quarto capitolo di Die Hard, in uscita il 26 ottobre (20th Century Fox)
Non si può esser seri troppo a lungo, con Bruce Willis nelle vicinanze. È più forte di lui, anche se il tempo passa e l'umore non sembra dei migliori: a giudicare dal ritardo e dal colorito in tinta con la t-shirt (bianco latte), deve esser stata dura alzarsi stamattina. "A dire il vero, non trovavo un indispensabile capo d'abbigliamento". Forse il cappello? Ma poi, eccolo stringere la mano personalmente a tutti i giornalisti presenti all'hotel De Russie: chapeau, per restare in tema.
Quasi vent'anni dopo, Willis è per la quarta volta John McClane: Die Hard - Vivere o morire. Ma cosa è cambiato, in tutto questo tempo? "Non molto. Io, ovviamente, sono più vecchio e certe cose non mi vengono più come una volta. Per esempio, saltare da una macchina all'altra o stare appeso nel vuoto. Ora mi faccio molto più male... anche McClane è più vecchio, lento, irascibile. Ma penso sia facile identificarsi con questi cambiamenti, farli propri."
"McClane", prosegue Willis tra un fuori programma e uno squillo al telefono (della madre), "è l'elemento di continuità della serie. Non scordiamoci che, tolti un paio di membri della troupe, dal primo Die Hard (Trappola di cristallo) sono rimasto solo io. E in quel film, del 1987, c'è molto di me quando avevo 32 anni, ciò che ero, da dove venivo. Molto New Jersey, che è poi dove sono cresciuto. Cose che ti porti dietro a lungo." Rispetto al memorabile capostipite, il film è orfano anche della regia di un veterano dell'action, John McTiernan... "Sì, ma francamente non so dire se era impegnato o meno, è una scelta che hanno fatto gli studios. Il primo e il terzo, diretti da lui, erano molto buoni. Ma anche qui abbiamo un ottimo regista come Len Wiseman, che è un narratore per immagini formidabile."
McClane è un personaggio dalla vena ironica, caratteristica che lo ha reso uno degli eroi più amati degli ultimi anni. "Parte del lato comico del mio personaggio è frutto del mio lavoro, risultato di ciò che faccio io. Sento il dovere di essere l'elemento di quella continuità cui facevo riferimento: chi meglio di me può pensarci, ora? So che è un personaggio le cui caratteristiche sono state amate dal pubblico, Tanta gente desiderava rivedere lui e gli altri personaggi e così eccoci qua. Se avesse fatto schifo, probabilmente sarei tornato a fare filmetti, invece sta andando bene. Ma non è stato facile, le riprese sono state pianificate per essere effettuate a grande velocità."
Proprio come il ritmo del film: "Pellicole così sono montagne russe. Il pubblico deve dire ‘c...o' o ‘wow!'. Ovviamente sconsiglio a chiunque di emularmi, e in Trappola di cristallo ricordate tutti bene cosa mi è successo a camminare sui vetri scalzo.. Ma non è un documentario, e giocare con la finzione a questi livelli non costituisce pericolo."
Ride molto (per quanto la scarsa lucidità glielo permette) alla definizione di un McClane "eroe masochista": "non ci avevo mai pensato. Credo che me ne approprierò. Eroe masochista. Ottima idea. Non gliene frega neanche tanto se si risolve il caso o no, l'importante è che ci siano sangue e distruzione a volontà".
È la contrapposizione tra il digitale che avvolge un'intera civiltà, e i suoi apparati di sicurezza, e l'analogico dei modi vecchio stile del rude poliziotto a caratterizzare Die Hard - vivere o morire: "Viviamo in un'epoca fortemente caratterizzata dal digitale e dal computer. Basti pensare a come abbiamo girato questo film: se vent'anni fa mi avessero detto che per il quarto film della serie avremmo fatto ricorso al computer, gli avrei dato del matto." Ma non è solo action il futuro di Willis, cui l'età avrà tolto slancio ma regalato anche la possibilità di ruoli più maturi e di spessore: "Sarò nel nuovo film di Robert Redford, tratto dal romanzo di Richard Clarke Against All Enemies: Inside America's War on Terror, su ciò che accadde alla Casa Bianca dopo gli attacchi alle Twin Towers; e in Pinkville, il nuovo progetto di Oliver Stone sul massacro di My Lai, in Vietnam, nel 1968".

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