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BEYOND THE YEARS (CHUN-NYUN-HACK)
di Im Kwon Taek
Sceneggiatura: Im Kwon Taek, dal racconto di Chung-Joon Lee
Fotografia: Jeong Il-seong
Montaggio: Park Sun-deok
Musiche: Kunihiko Ryo
Scenografia: Ju Byeong-do
Costumi: Lee Hye-ryeon
Interpreti: Cho Jae Hyun, Oh Jung Hae, Oh Seung-eun
Produzione: Bear Entertainment, Prime Entertainment
Distribuzione internazionale: Kino 2 Pictures
Nazionalità ed anno: Corea del Sud, 2006
Durata: 106'
Formato: 35mm, colore
Lingua: coreano
Lealtà verso i padri, rispetto per le tradizioni, nessuno sconto per chi si macchia di mancanza di riconoscenza. Chun-nyun-hack è prima di tutto l'espressione della nostalgia per un passato ormai per sempre perduto che narra, dall'infanzia all'età matura, le vite di un bambino e una bambina cresciuti come fratelli da un uomo autoritario e frustrato, che li educa con rigore affinché diventino cantante (lei) e percussionista di tamburo (lui) di pansori, forma tradizionale di canto.
Più che - l'inesistente - legame di sangue saranno la musica e i suoi principi ad unirli per sempre, il loro rapporto diventerà sempre più esclusivo fino a diventare, tra mille difficoltà, l'unico appiglio per andare avanti, tra dolori, sofferenze e pochissime soddisfazioni.
Abbraccia un periodo di tempo che va dal 1956 ai giorni nostri l'ultimo lavoro di Im Kwon Taek, attivo nel cinema da più di cinquant'anni (è nato nel 1936) e non a torto considerato un pilastro della cinematografia del suo paese, nonché sua coscienza artistica.
Il cinema di Im Kwon Taek, da sempre strenuo difensore dei valori tradizionali coreani, di cui è inarrestabile cantore, è ovviamente quanto di più lontano possa esistere dai "nuovi" registi d'esportazione che la Corea ha prodotto negli ultimi anni: diversi sono stati infatti i contesti storici in cui le nuove generazioni sono cresciute e si sono formate, anche nella fruizione (più libera) del cinema. Im Kwon Taek, invece, ha vissuto guerre e repressioni, e non può prescindere da esse. Eppure volge il suo sguardo malinconico e meditativo proprio a quel passato difficile, idealizzandolo persino, e di cui in Chun-nyun-hack sembra ricordare soltanto i lussureggianti paesaggi naturali dove l'intervento umano era ancora minimo, i bei tempi in cui ci si riuniva - in tanti, giovani e anziani - ad ascoltare le lamentose litanie del pansori, e l'autorità paterna era un valore non contestabile. Ancora per poco, e tutto questo sarebbe finito per sempre. Il regista coglie il preciso passaggio generazionale, corrispondente all'ingresso nell'età adulta di Dong-ho (Cho Jae Hyun), in cui ogni antica certezza si frantuma, ogni punto di riferimento svanisce.
L'ossessione paterna per avere una cantante e un percussionista in famiglia porta l'uomo ad azioni estreme e moralmente inaccettabili, ma la sua è, nel film, l'unica generazione che ancora potrà arrivare tranquillamente alla vecchiaia, e morire nel proprio letto allietata dai canti tradizionali. Per quelli che vengono dopo, simbolo della moderna Corea che il regista probabilmente non vede di buon occhio, il destino riserva follia mentale, cecità, mortali incidenti d'auto, vendette prossime all'attuazione sussurrate tra i denti. E quando va bene, se c'è la salute e c'è la ricchezza, ciò comporta l'abbandono del paese natio, la solitudine e il tormento amoroso.
Affresco moralista attraversato da molteplici tristezze, che non cede mai il passo a uno spiraglio di leggerezza, Chun-nyun-hack è un canto d'amore verso un paese che vive male progresso e modernizzazione, cui Im Kwon Taek tributa un omaggio sincero, che prevede anche, in una scena molto sentita, un ritorno al passato, che riporta una valle deturpata da una diga ai naturali e incontaminati splendori.
Storia d'amore di due giovani che pur non avendo legami di parentela, sono stati cresciuti come fratello e sorella. L'elemento centrale e il pansori, una forma poetica di racconto narrato in musica che è tipico della tradizione coreana.
Il più accreditato regista della Corea del Sud nasce nel 1936 da una famiglia di umilissima estrazione. Nel 1956 si trasferisce a Seul, dove diventa assistente di produzione del regista Jeong Chang-hwa, che qualche anno dopo lo spinge sulla strada della regia. Capostipite del cosiddetto Nuovo cinema coreano, ha realizzato cortometraggi, melodrammi, film storici, opere poliziesche. Vincitore nel 2002 a Cannes del premio per la migliore regia con Ebbro di donne e di pittura, presenta a Venezia la sua centesima opera.
Filmografia essenziale:
1973 The Testimony (Jung eon)
1976 A Bygone Romance (Wang Sib Ri)
1978 Genealogy (Chopko)
1979 The Hidden Hero (Kipparomneun gisu)
1980 Pursuit of Death (Tchak Ko)
1981 Mandala (Idem)
1985 Gilsodom (Gilsottum)
1986 The Surrogate Mother (Sibaji)
1987 Diary of King Yonsan (Yonsan Ilgi)
1988 Adada (Idem)
1989 Come Come Come Upward (Aje Aje Bara Aje)
1991 Fly High Run Far (Kaebyok)
1993 Sopyonje (Sopyonje)
1995 Taebak Mountains (Taebak sanmaek)
2000 Chunhyang (Chunhyang-jeon)
2002 Ebbro di donne e di pittura (Chihwaseon)
2004 Low Life (aka Raging Years) (Ha-ryu-in-saeng)
2007 Beyond the Years

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