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IT’S A FREE WORLD… (IN QUESTO MONDO LIBERO...)

di Ken Loach

Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Nigel Willoughby
Montaggio: Jonathan Morris
Musiche: George Fenton
Scenografia: Fergus Clegg
Costumi: Carole K. Fraser
Interpreti: Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek, Joe Siffleet
Produzione: FilmFour, Sixteen Films Ltd., BIM Distribuzione, EMC Produktion, Filmstiftung Nordrhein-Westfalen, SPI International, Tornasol Films S.A.
Distribuzione internazionale: Pathè UK
Distribuzione italiana: BIM
Nazionalità ed anno: Gran Bretagna/ Italia/ Germania/ Spagna, 2007
Durata: 93'
Formato: 35 mm, colore
Lingua: inglese

IT’S A FREE WORLD… (IN QUESTO MONDO LIBERO...)
3 e mezzo

"Sono stanco delle bugie di questo Paese". Ken Loach non usa mai mezzi termini e questa frase riassume il suo sentire oggi nei confronti della sua terra natale. Le parole escono dalla bocca di un giovane polacco emigrato a Londra, sito tra i maggiori incroci migratori del mondo. Con It's a free world l'autore britannico prosegue il suo percorso di denuncia delle ingiustizie sociali e la sua ormai decennale collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty. E ritrova l'incisività giusta per sferzare gli attacchi, che negli ultimi anni sembrava smarrita.  L'efficacia del film risiede anzitutto nella scelta coraggiosa di ribaltare il punto di vista, passando dagli oppressi all'oppressore. Per farlo Loach adotta un seducente personaggio femminile, giovane e rampante imprenditrice di se stessa che crea il suo business letteralmente sulla pelle dei migranti extracomunitari. "Io li faccio lavorare, dovrebbero essermi grati", dice. Invece si tratta di vero e proprio sfruttamento, giornaliero, attraverso la sua novella agenzia di lavoro temporaneo. Corpi smistati su furgoni diversamente colorati che ogni mattina convogliano forza lavoro a stipendi irrisori verso le destinazioni professionali più faticose. Quelle che la vecchia Inghilterra, come ogni altro Paese occidentale, ormai aborrisce. E la 33enne Angie (la convincente Kierston Wareing), reduce lei stessa da un licenziamento in tronco da un'agenzia interinale, si rivela nel corso del film dotata di un talento formidabile nel ricavare il massimo profitto dal massimo sforzo, degli altri. Con la sua socia e coinquilina, tra l'altro, non trascura l'uso dei suoi "ragazzi" stranieri a proprio godimento sessuale, comportandosi esattamente come un uomo. Ma è un mondo libero, senza regole. Lei è madre e talvolta questo le serve a mostrare umanità verso i bambini altrui, ma basta poco per tornare a concentrarsi sul suo business.
La poetica con cui la storia di Angie, Rose e "gli altri" si costruisce è quella del Loach dei primi e migliori tempi, con dialoghi e stacchi vincenti, in cui non sono trascurati momenti di ironia sull'ignoranza crassa di cui è afflitta la maggioranza degli inglesi; sintomo consolidato di quanto la Britishness sia oggi rappresentata più da un profondo provincialismo che non dalla mitica "aplomb".

Nella Londra multietnica di oggi, la trentenne Angie apre un'agenzia di selezione del personale insieme alla coinquilina e amica Rose. Ben presto si affaccerà ad una realtà sociale fatta dei problemi legati al mondo della forza lavoro che non conosceva...

Nato in una famiglia di operai il 17 giugno 1936 nello Warwickshire, Ken Loach è uno di quegli autori che conosce in profondità la materia di cui parla. Di tutta la famiglia è l'unico a frequentare l'università (Legge), ma lo fa con poco interesse, giacché il suo impegno verso la passione teatrale cresce insieme agli anni. Dopo due anni di servizio militare svolto presso la RAF come dattilografo, inizia senza successo la carriera di attore, sostituita ben presto da quella di regista, inizialmente televisivo per la BBC. Con la fruttuosa collaborazione di Tony Garnett - produttore che lo accompagnerà per anni - mette a punto una serie di episodi della popolare serie tv The Wednesday Play, tra cui il controverso Up the Junction (1965), che Loach considera il suo "primo vero film". Si tratta di un genere che verrà indicato come docu-drama, girato per la tv ma con la mdp, in maniera realistica e con l'obiettivo di denuncia sociale. E il cinema di denuncia, legato al presente ma anche al passato del proprio Paese (con qualche fuga episodica straniera) sarà il leiv motiv di tutta la poetica di Loach. Dopo il tema dell'aborto clandestino affrontato in Up the Junction, sarà la volta, l'anno successivo, di quello dei senzatetto, dramma che colpì la lower class britannica tra gli anni Sessanta e Settanta. Il titolo era Cathy Come Home ed è tuttora considerato il suo massimo contributo televisivo, non solo artistico ma anche mediatico: Cathy Come Home scatenò il dibattito politico sugli homeless più di ogni altra seduta parlamentare in materia. Inutile elencare tutti i successi di Ken Loach da Poor Cow del '67 alla recente Palma d'oro con L'erba che accarezza il vento, ambientato nell'Irlanda del primo Novecento. Nel suo cinema, di anno in anno, rimangono costanti l'impegno tematico attualizzato e la ricerca del realismo, portato all'esemplificazione dalla scelta di attori mai particolarmente noti al grande pubblico. Lo accompagna nel suo lavoro, ormai da anni, lo sceneggiatore scozzese Paul Laverty.

Filmografia:

1965 Up the Junction (per serie BBC "The Wednesday Play")
1966 Kathy Come Home (per serie BBC "The Wednesday Play")
1967 Poor Cow
1969 Kes
1971 Family Life
1981 Uno sguardo, un sorriso
1986 Fatherland
1990 L'agenda nascosta
1991 Riff Raff - Meglio perderli che trovarli
1993 Piovono pietre
1994 Ladybird Ladybird
1995 Terra e libertà
1996 La canzone di Carla
1998 My Name is Joe
2000 Bread and Roses
2001 Paul, Mick e gli altri (The Navigators)
2002 11 settembre 2001
2002 Sweet Sixteen
2004 Un bacio appassionato (Ae Fond Kiss)
2005 Tickets
2006 Il vento che accarezza l'erba (The Wind that Shakes the Barley)
2007 It's a Free World... (In questo mondo libero...)

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Mentre tutti si affannano a cercare fuori, Ken Loach preferisce volgersi (ancora) al “fronte interno” della società occidentale, ricercandone guasti ed evidenziandone i paradossi. A finire sotto la lente (d‘ingrandimento) cinematografica di Loach è il dramma del precariato e del lavoro in nero vista dagli occhi della sfruttata/sfruttatrice Angie, che una volta licenziata senza valido motivo mette su un’agenzia di collocamento giornaliero in proprio. La camera del regista britannico è apparentemente cinica nel registrare la mutazione che avviene in Angie, un cambiamento non privo di dubbi e ripensamenti certo, ma inesorabile e ineluttabile, tanto da superare indenne anche un evento che minaccia la morte di suo figlio: dopo di che il finale, ribaltando l'aspettativa di redenzione presenti nello spettatore, finisce per riportare tutto all'inizio della storia ma su un piano ancora peggiore: stavolta il carnefice è la vittima(inziale). Tutto si risolve in un circolo vizioso, un eterno ritorno dell'uguale progressivamente degenerativo. Si è detto dell’apparente cinismo della camera: in realtà la camera è fin troppo coinvolta tanto da scordarsi (insieme alla protagonista) dell’esistenza di un figlio che è costretto ad entrare in scena da un fuoricampo (una telefonata) dopo venti minuti di pellicola buona: il cinema arriva a scordarsi del figlio, della vita stessa che pure va avanti nel suo invisibile mostrarsi quotidiano, schiacciata dalla tragedia lavoro che passa su tutto e tutti, anche gli affetti più cari. Se anche il cinema finisce per scordarsi della vita (ma è una dimenticanza che la fa apparire) allora quel mutamento non solo è inesorabile ma anche ineluttabile (la liberta del titolo è solo apparente) perché previsto e insito nel sistema lavorativo contemporaneo (incarnato nella famigerata flessibilità), un virus letale che trasforma la società in un morto vivente il cui unico scopo è la sopravvivenza ad ogni costo in un mondo che è tutto mercato. E non è un caso che proprio un film di zombie faccia la sua comparsa anticipando proprio l’ultimo disperato ostacolo a quel mutamento (il rapimento del figlio): gli zombie sono sia vittime che carnefici, quanto di se stessi che dell’altro; e anche se il riferimento al film di Romero è chiaro (l’analogia all’epoca era con il consumismo) il film proiettato è evidentemente un film di serie B: come a dire che il precariato è la degenerazione del fenomeno preso di mira da Romero, il consumismo, il fratello (o il figlio) malato. E quindi, ben più pericoloso. Ma è una malattia di cui non si conosce cura se non la progressiva autodistruzione.

VOTO IN DECIMI: 8/10
VOTO IN STELLETTE: ****/*****

kinoglaz

"la camera non mente mai! La camera mente sempre"

Da Redacted, di Brian De Palma


Mar, 25/09/2007 - 15:52