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IN THE VALLEY OF ELAH

di Paul Haggis

Sceneggiatura: Paul Haggis
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Jo Francis
Musiche: Mark Isham
Scenografia: Gregory S. Hooper
Costumi: Lisa Jensen
Interpreti: Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco, Susan Sarandon, Josh Brolin, Jonathan Tucker, Jason Patric, Rick Gonzalez
Produzione: Blackfriars Bridge Films, NALA Films, Samuels Media, Summit Entertainment
Distribuzione internazionale: DeA Planeta
Distribuzione italiana: Mikado
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 120'
Formato: 35mm
Lingua: inglese
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IN THE VALLEY OF ELAH
4

L'America guarda se stessa. Alcune cose che vede vanno bene, altre possono essere cambiate. Paul Haggis con In the Valley of Elah ci mostra la sua personale riflessione su cosa siano diventati e  dove stiano andando gli Stati Uniti post 11 settembre: il suo sguardo si mantiene al di sopra delle parti ed è sincero, paterno, tagliente. Il sentimentalismo, declinato quasi sempre nell'amor patrio, si palesa a tratti ma non inquina mai il classico rigore della sceneggiatura, che ancora il film nei confini del genere.
Il biblico gigante Golia attraversa ogni giorno la valle di Elah, e va a compiere una strage tra i nemici. Il giovane David viene mandato a combattere questo mostro armato soltanto di cinque pietre da suo padre, il re Saul. È il coraggio l'arma più potente, quella che permette a David di restare immobile, fissare il nemico negli occhi e vincerlo, tirando una singola pietra con la fionda. Una storia antica, e senza ombra di dubbio vera per  Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), tenente dell'esercito in pensione cui è stata comunicata l'assenza ingiustificata dalla base militare del figlio Mike (Jonathan Tucker), militare anch'egli, appena rientrato nel New Mexico da una missione in Iraq.
Hank si mette con calma alla ricerca del figliolo. Lo stile di vita militare fa ancora parte dei suoi comportamenti quotidiani, il metodo che sta dietro ogni gesto è il suo compagno più fedele, e, inconsciamente, il suo rifugio. Ma il mondo non è più come lo ricorda Hank, molte cose sono cambiate anche nell'Esercito, come gli comunica il giovane ufficiale della base militare di Fort Rudd (lasciandoci nel dubbio se siano cambiate in meglio o no) dove Mike non ha mai fatto ritorno. Il mondo che irrompe e sconvolge la sua tranquilla routine è un luogo che Hank stenta a riconoscere, popolato da troppi giovani, ragazzi e ragazze, profondamente segnati dalla permanenza in Iraq, perché tante cose orribili hanno visto e compiuto, che una volta a casa non riescono a dimenticare. Il coraggio da solo non basta più, e della storia di David e Golia resta soltanto un padre, gli Stati Uniti, che manda i propri figli a combattere il nemico senza le armi adatte per sconfiggerlo, e, forse, anche senza rimorsi, suggerisce il film.
Haggis esplora un paese che volge progressivamente allo sbando, usando anche inserti di materiale video, i filmati girati dai soldati con il telefonino, in modo perfettamente funzionale, mai gratuito, evitando che prendano "possesso" del film come avviene in Redacted di De Palma.
Ma c'è di più. C'è il coraggio di portare i propri personaggi a chiedere aiuto, a comprendere che no, non va tutto bene, che è necessario ammettere di avere bisogno di un padre che li guidi. E poi c'è il coraggio di Haggis di realizzare una sceneggiatura che nessuno voleva toccare, riuscendo persino a mostrare qualcosa - una lacera bandiera rovesciata - che nel suo paese è inaccettabile.
Susan Sarandon è Joan, la madre di Mike; Charlize Theron è Emily Sanders, ispettore della polizia locale che prende in mano il caso, spinta più dal proprio personale senso di giustizia che dal dovere, Jonathan Tucker - anche interprete della sorprendente serie televisiva di Haggis The Black Donnellys - è Mike.

Mike sparisce dopo essere tornato dalla guerra in Iraq. Il padre Hank, militare anche lui, indaga di persona coinvolgendo la detective Emily Sanders. A Fort Rudd scopriranno una scomoda verità.

Nato nel 1953 in Ontario (Canada), prima di passare al cinema Paul Haggis ha firmato molte serie tv di successo. Il suo secondo film, Crash, ha vinto 3 Oscar nel 2005. Per Milion Dollar Baby e Letters from Iwo Jima (entrambi di Clint Eastwood) ottiene due nomination per la migliore sceneggiatura.

Filmografia:

1993 Red Hot
2004 Crash
2006 The Black Donnellys (TV)
2007 In the valley of Elah

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Haggis ci riprova. Dopo Crash e le fortunate (e belle) sceneggiature scritte per conto di Eastwood, Haggis torna alla macchina da presa per raccontare “la vita di una persona giusta che prende decisioni giuste”, il tutto inserito all’interno del contesto dell’attuale guerra in Iraq, contesto che mette a dura prova, se non sconvolge, la vita di persone come queste. E la racconta, come è ricorrente in Haggis (basti pensare non solo a Crash, ma anche a Letters from Iwo Jima), a partire dal particolare per arrivare all’universale. Nondimeno lo fa in un rapporto squilibrato dove il particolare è più universale dell’universale stesso (la lettera ricevuta al fronte dalla mamma è più universale – e trasversale – dei valori per cui si combatte, sempre facendo riferimento a Letters…) tanto da mandarlo in corto circuito. E la camera mossa da Haggis è cinica nel fare questo, nell’osservare questo corto circuito che finisce per ribaltare qualsiasi cosa pur mentenendone il paradossale equilibrio: tanto nel protagonista – interpretato da un magistrale Tommy Lee Jones – quanto in ciò che gli sta intorno (l’America, il cortocircuito stabile per eccellenza) esemplificato nel finale ribaltamento tanto simbolico quanto fisico del classico epic end retorico del cinema di guerra propagandistico made in USA. In questo capovolgimento la retorica si svuota e l’epico diventa un mero contenitore di niente: tutto si svela ma lasciando l’involucro intatto e al contempo tutto resta uguale a prima, nell’indifferenza. A questo si aggiunga il tentativo di ricerca linguistica portato avanti da Haggis con l’inserimento intermediale dei filmati di un videofonino, laddove l’inserimento del media ha lo scopo della ricerca in ciò che c’è di più “basso” (l’ipomedialità delle riprese del videofonino) di ciò che è più “alto” (i valori e il progressivo infrangersi di essi): di nuovo dal particolare all’universale che si frantuma ripiegandosi su se stesso. Ma nonostante i meriti, In the valley of Elah finisce per più di metà pellicola nel baratro di un linguaggio televisivo standardizzato e serializzato che finisce per dilungarsi oltre il consentito – e il consentibile – per un film che tutto aveva negli intenti, tranne che soffermarsi in maniera così eccessiva e maniacale nei dettagli di una indagine che , a meno che non stai guardando una puntata di CSI Miami, alla lunga stanca e distoglie da quelli che erano i veri intenti del film. Peccato.

VOTO IN DECIMI: 5/6 SU 10
VOTO IN STELLETTE **1/2 SU *****

kinoglaz

"la camera non mente mai! La camera mente sempre"

Da Redacted, di Brian De Palma


Mar, 25/09/2007 - 15:47