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IO NON SONO QUI (I'M NOT THERE)
di Todd Haynes
Sceneggiatura: Todd Haynes, Oren Moverman
Fotografia: Edward Lachman
Montaggio: Jay Rabinowitz
Musiche: Bob Dylan (supervisione alle musiche di Jim Dunbar e Randall Poster)
Scenografia: Judy Becker
Costumi: John A. Dunn
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Richard Gere, Marcus Carl Franklin, Heath Ledger, Ben Whishaw
Produzione: Killer Films, John Wells Productions, John Goldwyn Productions, Endgame Entertainment, Film & Entertainment VIP Medienfonds 4 GmbH & Co. KG (I), Wells Productions
Distribuzione internazionale: The Weinstein Company
Distribuzione italiana: BIM
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 135'
Formato: 35mm, colore
Titolo originale: I'm not There
Lingua: Inglese
Sito italiano
Il film di Todd Haynes è un'operazione sorprendente, che sconcerta e lascia a lungo interdetti. Costringe pubblico e critica a ritornare sul film a freddo, sviscerarne i mille rivoli (tanti quali le anime di Bob Dylan), comprenderne le finalità che hanno portato allo sperimentalismo della forma. Dalla fervida mente del regista di Far From Heaven, una biografia in cinema e musica come non se ne erano mai viste, dove chi è celebrato è assente (a partire dal titolo, preso da una session del '57) ma ciò che è presente gli somiglia molto.
Misterioso, impenetrabile, agli altri come a se stesso: è il film, non i personaggi, a corrispondere in pieno a Robert Allen Zimmermann, alias Bob Dylan. Impenetrabile come ogni uomo, Citizen Kane dell'universo musicale, Dylan è il musicista più amato e criticato degli ultimi anni (ben altro destino è stato riservato ai Beatles, incensati da sempre e per sempre, "sporcati" con le droghe dallo stesso Dylan e stroncati, a memoria d'uomo, soltanto dal celebre database di Piero Scaruffi...). Più che lui, timido e imbarazzante di fronte a una telecamera, ha parlato la sua musica, in grado di unire le persone più differenti ma anche di suscitare i contrasti più forti. Perché la musica si rivelò più grande del suo autore, troppo grande perché potesse spiegare l'uomo o esser spiegata da lui.
Scelte, ambiguità, irrequietezza dell'artista Dylan rivivono senza di lui in un'operazione dalla geniale idea di partenza (affidare a sei attori diversi altrettante fasi di vita), coraggiosa fino all'estremo ma non nella sua totalità: l'operazione, mirata a evocare senza nominare, mostra la corda nei momenti in cui si cerca di fare il verso a chi, appunto, non c'è (il Dylan/ Jack Rollins di Bale è una macchietta o poco più.) Chi ha messo tutti d'accordo è stata Cate Blanchett, sorprendente per adesione e in grado, perché donna, di creare la distanziazione cercata da Haynes pur mantenendo la somiglianza più completa al cantante. Il segmento in bianco e nero che la vede giocare con i Fab Four a velocità accelerata, i suoi eccessi, la sua magnifica esibizione di Ballad of a Thin Man in un contesto surreale che più non si può sono un quarto d'ora di cinema puro. E il film, dopo un inizio troppo convenzionale alla Zelig fuori tempo massimo (con tanto di interviste a , prende il largo proprio quando sono i personaggi a vivere di vita propria, anziché l'artista che li sottende. L'unico vezzo citazionista che Haynes si concede è un allusione a Pat Garrett e Billy the Kid, che vide Dylan in un ruolo fa i più misteriosi della storia del cinema e che Richard Gere nei panni di un anziano girovago, rievoca in un segmento ai limiti della fumisteria, chiudendo un cerchio inaugurato dal piccolo Woody, bambino menestrello col quale Haynes trasfigura il mito Dylan servendosi del suo nume tutelare (Woody Guthrie) e di nomi noti (il grande Richie Havens, che col piccolo esegue una nerissima Tombstone Blues).
Davvero non per tutti i gusti. Haynes, nel bene e nel male, si conferma uno spirito indipendente e a tratti suggestivo, come (ma ben al di sopra) di Wes Anderson. Entrambi sembrano capitati nel circuito mainstream quasi per caso, proprio come Bob Dylan. Ma a quanto pare il bello, come conferma quest'ultimo, è esserci. Se non con il corpo, almeno con lo spirito.
Un film sulla vita di Bob Dylan. La storia segue sette personaggi, ognuno dei quali incarna un diverso aspetto della storia privata e musicale di Dylan, e si tratta del primo progetto biografico su grande schermo a essere approvato dal grande musicista. Vengono descritti i primi giorni da folksinger nascente di Dylan, il suo imporsi nella scena folk dei primi anni 60, la controversa conversione al rock e alla chiatarra elettrica, la psichedelia e le droghe, l'incidente in moto, il successivo ritiro a vita privata. Ogni storia esprime un aspetto differente della personalità di Dylan ed è filmata in modo diverso, come diversi sono i personaggi che la incarnano: l'undicenne Woody (Franklin), ragazzo di colore sempre in fuga; Robbie, un artista sempre in strada; Jude (Blanchett), giovane rock star androgina; John/Jack (Bale), idolo folk che si reinventa evangelico; Billy (Gere), famoso fuorilegge, miracolosamente vivo ma inesorabilmente invecchiato.
Los Angeles, 2 gennaio 1961. Tra i maggiori talenti del cinema indipendente americano, Haynes si è messo in luce con il corto sperimentale Superstar: The Karen Carpenter Story (1987) per poi imporsi all'attenzione internazionale con Poison (1991), premiato al Sundance Film Festival, e Safe (1995), con Julianne Moore. Nel 1998 ha diretto Velvet Goldmine, vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes. Nel 2002 ha diretto Lontano dal paradiso, accolto trionfalmente dalla critica, omaggio al cinema americano degli anni Cinquanta di Douglas Sirk e M.Sahl. Per la sua interpretazione nel film Julianne Moore ha vinto la coppa Volpi alla Mostra di Venezia.
Filmografia:
1985 Assassins: A Film Concerning Rimbaud
1987 Superstar: The Karen Carpenter Story (cortometraggio)
1991 Poison
1993 Dottie Gets Spanked (TV)
1995 Safe
1998 Velvet Goldmine
2002 Far from Heaven
2004 Corporate Ghosts (videoclip)
2007 I'm not There


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