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XXY

di Lucìa Puenzo

Soggetto: da un racconto di Sergio Bizzio
Sceneggiatura: Lucìa Puenzo
Fotografia: Natasha Braier
Montaggio: Alex Zito
Musiche: Andrés Goldstein e Daniel Tarrab
Scenografia: Roberto Samuelle
Costumi: Manuel Morales
Interpreti: Inés Efron, Martìn Piroyanski, Ricardo Darìn, Valeria Bertuccelli, Germàn Palacios, Carolina Pelereti, Luciano Nobile

Produzione
: Luis Puenzo e José Maria Morales
Distribuzione: Teodora Film
Nazionalità ed anno: Argentina/Spagna 2007
Durata: 91'
Data di uscita:
22 giugno 2007
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Note: vincitore della Semaine de la Critique, del Prix de Jeunesse, e del Rail d'Or al 60° Festival di Cannes

XXY
3

Lucìa Puenzo y el sexo. Inteso come (trans)gender, identità da costruire. O demolire, per edificarne di nuove e multiple, in barba (carattere sessuale secondario) ai piani regolatori della logica binaria. In XXY dall'aut-aut deraglia Alex, ermafrodita. Come nel DNA, anche nel cinema argentino il femminile sembra il carattere dominante, e dopo Lucrecia Martel un'altra cineasta conquista la ribalta internazionale.
Se la prima punta all'allegoria, la seconda tara le ambizioni sulla metafora. Sin dal titolo, che con l'ermafroditismo non c'entra niente, ma centra (soprattutto graficamente) il nodo pubblicistico del film, in quella X mutila, diventata Y sotto i colpi del chirurgo. E inoltre segnala la vocazione cromosomica, l'ereditarietà del mestiere. Anche se più che al padre Luis (quello di La historia oficial), l'esordio di Lucìa ricorda il Solanas simbolico di La nube e Il viaggio, anche nei difetti. Perché dopo l'avvio insinuante (dove tutto è detto a mezza bocca, udito di straforo, veduto accidentalmente o dietro intercapedini e fessure, in un clima sospettoso di segreti), il gioco si fa più scoperto, a tratti persino ovvio.
Lo salva Alex, serva presto padrona di un corpo non più temuto, che ha il fascino obliquo di Inés Efron (sul set di La mujer sin cabeza, di nuovo la Martel: ne sentiremo parlare). Degli altri (i genitori, la coppia loro ospite, il figlio Alvaro che li accompagna) non si sa che il necessario, forse neanche quello. Almeno all'inizio, perché nell'Uruguay spesso notturno dove l'hanno portata per evitarle le dicerie di Buenos Aires, Alex è il solo punto-luce. Che per rifrazione illumina pure i comprimari di questo Teorema al contrario, dove è l'intruso a farsi destabilizzare dal domestico: irriducibile alla norma sociale, di intransigente naturalità, scopre tracce di orgasmi appena provati, e svela desideri e ipocrisie.
Finché a rivelarli è Alex, il crescendo di consapevolezza di Alvaro e l'ironia di un triangolo impossibile e impassibile (nella scena più divertente di un film meno grave di quanto si possa pensare), XXY è persino ammirevole. Altrove, dove la luce naturale di Alex non arriva, il cono d'ombra s'illumina di luci artificiali, e le accensioni improvvise barattano l'intensità degli adolescenti con i colpi di teatro degli adulti. Tanto subitanei da sembrare premeditati, programmatici. Come in un teorema, ma stavolta minuscolo.

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