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VIAGGIO IN INDIA
di Mohsen Makhmalbaf
Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf
Fotografia: Bakhshor
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf
Musiche: Craig Pruess
Scenografia: Mahmoud Gholami
Interpreti: Mahmoud Chokrollahi, Mahnour Shadzi, Karl Maass, Tenzin Choegyal, K.S. Bharath
Produzione: Wild Bunch, Makhmalbaf film house
Distribuzione: BIM
Nazionalità ed anno: Iran/ India/ Francia, 2005
Durata: 86'
Data di uscita: 14 settembre 2007
Titolo originale: Shaere zobale-ha
Sito italiano
Se si parla di cinema iraniano, qualunque non addetto ai lavori avrà difficoltà ad individuare anche un solo nome, sia esso di regista, di attore o di film. Fa parziale eccezione il lungometraggio Viaggio a Kandahar, dell'iraniano Makhmalbaf, arrivato ad una certa notorietà sia per il valore intrinseco della pellicola, sia per la ribalta che hanno avuto le vicende di quell'area geografica proprio in quel periodo, a seguito della guerra contro i talebani.
Il regista iraniano si era così fatto conoscere ed apprezzare da un pubblico relativamente vasto, favorendo anche il recupero di alcuni suoi lavori precedenti quali Pane e fiore o Il silenzio. Su un pubblico di fedeli appassionati e di fanatici festivalieri punta dunque la Bim, distribuendo un film che in partenza ha di sicuro poche chances di incasso, così come di attrazione dell'interesse di un pubblico mediamente poco informato.
E il rinomato nome del regista appare anche l'unica plausibile spiegazione dell'investimento su un film che, dopo un discreto e rarefatto avvio, si perde nella più assoluta verbosità, generatrice a più riprese di un fastidioso senso di noia se non, peggio, di un involontario umorismo.
La pellicola ci narra, infatti, del viaggio di due iraniani nella vasta penisola indiana, in cerca di un santone identificato solamente con l'appellativo di ‘uomo perfetto'. Lei profondamente religiosa, inquietamente in cerca di risposte di senso, lui cinico e irrequieto marxista, scettico e insofferente alle pulsioni spiritualiste della moglie.
La linea di frattura sulla quale si dipana il film si costruisce attraverso una molteplicità di prolusioni e di discorsi disarticolati, durante i quali i personaggi che interloquiscono vengono inquadrati in lunghi piani mai interrotti e alleggeriti da un controcampo. Questa scelta, invece di restituire intensità e profondità alla messa in scena, finisce per essere rilevata come inutile e claustrofobico appesantimento di un plot che già fatica a scivolar via senza ruggini o inceppamenti.
È di scrittura, infatti, il più evidente problema di articolazione del film. Makhmalbaf, in primo luogo, non riesce a mescolare il piano metaforico con quello del concreto svilupparsi del viaggio. Sono così numerosissimi i salti di sequenza non raccordati fra loro, le incongruenze e le incoerenze nella narrazione. A questo si aggiunga una totale improbabilità di concettualizzazioni filosofico-sociologiche, che ammantano il film in un'aura di surrealismo, se non, come già detto, di involontaria comicità.
Peccato questo netto passo falso di un autore che, fino ad oggi, si era distinto per la compostezza e la pregnanza dei suoi lavori. Proprio non riusciamo a vedere come Viaggio in India (o "L'urlo delle formiche", come recita il titolo originale), sia per la marginalità del proprio pubblico di riferimento che per l'effettiva inefficacia del meccanismo, possa ritagliarsi uno spazio in questo panorama cinematografico pre-estivo.


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