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I giorni dell'abbandono

di Roberto Faenza

Regia: Roberto Faenza
Soggetto: ispirato al romanzo omonimo di Elena Ferrante
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Gianni Arduini, Dino Gentili, Filippo Gentili, Simona Bellettini
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musica: Goran Bregovic
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Alfonsina Lettieri
Interpreti: Margherita Buy, Luca Zingaretti, Goran Bregovic, Alessia Goria, Giovanni Battiston
Produzione:  Jean Vigo Italia, Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Formato: 35mm., col.
Nazionalità ed anno: Italia, 2005
Durata: 96’
I giorni dell'abbandono
2 e mezzo
Iniziamo dalla fine della proiezione del film in sala alla 62 edizione del Festival di Venezia. Poche volte ci è capitato di assistere a dei fischi così fragorosi ed impietosi, fischi che già durante la proiezione si erano fatti sentire qua e là a manifestare il dissenso verso un film pieno di luoghi comuni e ricco di dialoghi al limite del ridicolo nel raccontare questa storia di ordinaria quotidianità: una moglie abbandonata dal marito per un'altra donna. È la fine di una storia d’amore ma la donna non vuole arrendersi alla perdita dell’uomo che ha amato e che ama ancora nonostante tutto. Ecco se ciò deve scatenare il malcontento degli spettatori illustri nelle sale veneziane ci sembra eccessivo.
Senza voler difendere il film ad oltranza, riteniamo che la scelta di Faenza nel raccontare una storia così semplice e “banale” sia stata una scelta coraggiosa, che va al di là della realtà e della finzione cinematografica. Una storia d’amore è di per se “banale e normale”, forse le intenzioni di Faenza erano proprio quelle di voler accentare ciò, ma non vogliamo entrare nello spirito di ciò che voleva esprimere l’autore o che cos a si aspetta il pubblico. Noi chiediamo solo rispetto per le opere cinematografiche, almeno per quelle che hanno dei prodomi per essere tali, e alla fine esprimere anche un dissenso ma che sia contenuto. Dover sopportare invece per tutta la durata del film i risolini di scherno, i fischi e i bu-bu, è mancanza di rispetto, oltre che verso l’autore anche verso gli altri spettatori che vogliono “solo” vedere il film e poi, in altra sede esprimere il oro parere. Questo ci sembra eccessivo e ci irrita profondamente. Si parla di rispetto ma poi “siamo” i primi a non darlo. Un pubblico più educato non farebbe male al cinema italiano. Addirittura noi preferiamo vedere il film nelle sale pubbliche, a costo ogni tanto di sentire un cellulare che squilla, ma il pubblico nelle sale forse è più educato del dissenso di tanto illustre pubblico che affolla le sale veneziane. Detto ciò, che vuole essere una critica verso il sistema cinematografico italiano, possiamo anche noi affermare di non aver particolarmente apprezzato il film, ma che ricociamo a Faenza la capacità, anche con qualche sbavatura di troppo, di condurci interamente nella disperazione nel dolore di questa donna “abbandonata” e che si ritrova da sola a dover gestire la famiglia. Non è solo il dolore della fine di un amore, ma di sentirsi cascare addosso e pienamente le responsabilità più enormi come quelle di educare da sola due figli. Anche se il padre non è morto, non esiste più il quotidiano dentro casa e giocoforza il rapporto con i figli cambia. Quindi Per la donna non solo il dolore di non essere più amata, ma di dover ottemperare a tutta una serie di obblighi (anche piacevoli) da sola. Una film dove la frustrazione e il dolore sono padroni della scena, e ci trasmettono un senso di vuoto come quella che prova Olga, la protagonista. Consigliamo a chi lo ha condannato così in fretta di vederlo più serenamente.
 
Olga ha 35 anni e due figli. Suo marito Mario l'ha abbandonata e lei ha perso completamente la fiducia in se stessa e si sta lasciando andare. Uno spiraglio di felicità e speranza arriva grazie ad una sofferta autoanalisi e a una serie di incontri, tra cui quello con un musicista vicino di casa...
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