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QUATTRO MINUTI
di Chris Kraus
Sceneggiatura: Chris Kraus
Fotografia: Judith Kaufmann, BVK
Montaggio: Uta Schmidt
Musiche: Annette Focks
Scenografia: Silke Buhr
Costumi: Susana Sánchez
Interpreti: Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung, Sven Pippig, Richy Müller, Jasmin Tabatabai, Stefan Kurt, Vadim Glowna, Nadja Uhl, Peter Davor
Produzione: Kordes & Kordes Film GmbH, in co-produzione con SWR, BR, ARTE e Journal Film Klaus Volkenborn KG
Distribuzione: Ladyfilm
Nazionalità ed anno: Germania, 2006
Durata: 112'
Data di uscita: 4 maggio 2007
Titolo originale: Vier Minuten
Sito ufficiale
Sito italiano
L'ottantenne ex pianista Traude Krüger (Monica Bleibtreu) si dirige allo stesso carcere femminile di Luckau quasi ogni mattina dal 1944. Insegna alle sue allieve - ladre, truffatrici e assassine - a suonare il pianoforte. L'incontro con la detenuta Jenny von Loeben (Hannah Herzsprung) lascerà il segno: la ragazza, violenta e inavvicinabile, ha un passato di sofferenze e violenze subite ma anche un talento smisurato al piano. Che è quello che interessa unicamente a frau Krüger: entrambe avranno molto da imparare, l'una dall'altra.
Quattro minuti esce in Italia poco dopo Le vite degli altri, e mostra definitivamente come il cinema tedesco abbia saputo risorgere dalle proprie ceneri con le armi della riflessione, del ricambio generazionale, dello sguardo "nudo" verso il mondo che ci circonda. Una ricetta talmente semplice da risultare disarmante: eppure le vecchie generazioni, in Italia, devono essersi dimenticati di insegnarcelo, a giudicare dall'asfittica autorialità dei nostri prodotti.
Tocca ancora insistere su questa dicotomia Italia- Germania: ma il tonfo qualitativo del nostro cinema appare evidente, se pensiamo all'imminente festival di Cannes. Ancor più quando con piacere ci avviciniamo a film di sceneggiatura come questo, la cui regia mostra solo nel finale cedimenti estetizzanti, ma prima sa tradurre alla perfezione in immagini l'introspezione e i continui rimandi dello script, che culminano nella "riverenza"finale; eccellente colpo d'ala di un film che fa del "compromesso" e dell'arricchimento reciproco il caposaldo di una ipotetica nuova corrente che, ripensando alle Vite degli altri, verrebbe da chiamare "Nuovo ottimismo": quello del giovane cinema tedesco verso l'astratta, salvifica forza interiore dell'arte.
Non basterebbe, senza le notevoli sfaccettature della storia: Frau Krüger, che insegna l'arte "nobile" della musica ha un trascorso, nemmeno troppo nascosto, nelle SS e delle idee del tutto negative su quella che lei chiama "musica negra"; l'intero film rifugge da stilemi e archetipi, senza risparmiare bambini o "aiutanti", mostrati nel loro squallore o mediocrità da un occhio, quello della vecchia insegnante, ormai disincantato e impietoso. La giovane Jenny, spirito libero e aggressivo, rappresenta l'ideale ribellione a un conformismo pluriennale che ha schiacciato le nuove generazioni, soffocandone e "violentandone" ambizioni ed ideali.
Ma sono loro, adesso, a farla da padrona in Germania, un paese dove i figli hanno finalmente preso il posto dei padri nel lavoro e nella società. Pensate a girare un film del genere in Italia, dove la realtà al cinema non esiste più da tempo, banalizzata e appiattita dall'omologazione politica, abbellita scenograficamente per essere meglio digerita, incapace di stare al passo coi tempi, perché in Italia chi fa cinema (e non solo) il suo tempo lo ha fatto da un pezzo e non sa più cosa succede a un metro da casa sua. Né è stato in grado di insegnarlo ai propri figli.


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