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GHOST SON

di Lamberto Bava

Sceneggiatura: Lamberto Bava, Silvia Ranfagni
Fotografia: Giovanni Canevari
Montaggio: Raimondo Aiello
Musiche: Paolo Vivaldi
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Michela Marino
Interpreti: Laura Harring, Pete Postlethwaite, John Hannah, Coralina Cataldi Tassoni
Produzione: C.R.C., Star Edizioni, Camarote Films
Distribuzione: Moviemax
Nazionalità ed anno: Gran Bretagna, Italia, Spagna, Sud Africa, 2006
Durata: 96'
Data di uscita:
4 maggio 2007
Titolo originale: id.
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Soundtrack

GHOST SON
2

Prendete Ghost, aggiungeteci la savana, il misticismo africano, un bambino concepito in circostanze a dir poco particolari e avrete una approssimativa idea di Ghost Son, ritorno sugli schermi cinematografici di uno dei registi classici dell'horror, Lamberto Bava. Che lo spunto di partenza sia offerto da una sua personalissima rielaborazione di una delle più famose storie d'amore dei nostri tempi, lo afferma proprio il regista.
Bava infatti tenta di sganciarsi dalle etichette peculiari del cinema strettamente horror per dipingere una storia d'amore sui generis, veicolata e mediata dalla sua particolare sensibilità per le storie fantastiche e dell'orrore. E assembla un cast internazionale, che si fa forza di una protagonista come Laura Harring, musa di Lynch in Mulholland Drive e assoluta dominatrice della scena, come anche di due ottime spalle quali John Hannah e Pete Postlethwaite.
La pellicola la si può dividere in due parti. La prima che vede coinvolti Mark (Hannah) e Stacey (la Harring) in una intensa e appassionata storia d'amore, con tanto di lei che segue lui nel suo allevamento di cavalli sperduto nella savana africana e tutto quanto questo ne comporta. La seconda vede scomparire la figura di Mark (almeno in apparenza), morto tragicamente in un incidente stradale, e introdursi discretamente nella storia Martin, il bambino dei due, frutto di un concepimento dai contorni non ben definiti (descritto in una scena che sembra rifarsi a Rosemary's Baby di Polanski).
Questa separazione in due distinte unità narrative aiuta nell'analisi del film. Costruite entrambe con la stessa tonalità d'inquietudine e spaesamento, nella prima non figura nessun elemento al di fuori del reale conoscibile, mentre nella seconda la presenza di un bambino molto strano, che si pone come veicolo per altre, strane, presenze, rafforza una narrazione che balla tra il thriller puro e la tendenza orrorifica tipica di Bava.
Proprio per questo distinguersi più o meno netto, la prima parte è quella che sostiene meglio l'impalcatura narrativa e un certo discorso che il regista vuole portare avanti. L'introduzione di determinate inquadrature, di specifici elementi, all'interno di una realtà tangibile e conoscibile provoca spaesamento, disagio. Le stesse dinamiche inserite in n contesto che va al di là della normale percezione, e che pure nulla aggiunge in pathos e costruzione di climax narrativi, si disperdono per centralità ed efficacia.
Questo contribuisce ad un drastico calo della tensione e dell'efficacia della pellicola, che, pur non abbassandosi mai al livello della noia, non riesce più a risalire la china, e si adagia stancamente in una storiella d'appendice, tra madri disperate e figli posseduti. Non contribuisce in questo senso nemmeno una certa debolezza della sceneggiatura, come anche un montaggio approssimativo, che intercambia giorno e notte senza soluzione di continuità.
Un film che non dispiacerà agli amanti del genere e ai fans del regista, ma che ha poco da dire al resto del pubblico.

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