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MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO

di Daniele Luchetti

Soggetto: dal romanzo "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi, edito da Mondadori
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Daniele Luchetti
Fotografia: Claudio Collepiccolo
Montaggio: Mirco Garrone
Musiche: Franco Piersanti
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Maria Rita Barbera
Interpreti: Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri, Alba Rohrwacher, Angela Finocchiaro, Massimo Popolizio, Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto
Produzione: Cattleya, in co-produzione con Babe Films (Francia)
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Nazionalità ed anno: Italia/Francia, 2007
Durata: 100'
Data di uscita:
20 aprile 2007       
Sito ufficiale    
Soundtrack

MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO
3

Latina ex Littoria, 1962. Il giovane Accio (Elio Germano), scontroso e attaccabrighe, trova la propria vocazione, dopo una parentesi seminaristica non andata a buon fine, nell'MSI. Il fratello Manrico (Riccardo Scamarcio) bello e carismatico, è operaio militante nelle file del PCI. I due giovani corrono su opposti fronti politici, amano la stessa donna e attraversano una stagione di fughe, ritorni botte e grandi passioni. Fino alla metà degli anni 70, quando il conflitto politico assumerà i contorni della lotta armata...
La storia d'Italia secondo Rulli e Petraglia, non nuovi ad affreschi temporali d'ampio respiro, attinge agli stilemi di un metodo che tanto bene ha fatto in passato al cinema italiano: partire dal particolare, l'individuo, la famiglia, il microcosmo, per accedere al generale, la Storia, vero oggetto del racconto. Un metodo che ha creato capolavori immortali come C'eravamo tanto amati, ma che nel nuovo film di Luchetti fatica a tramutarsi in un risultato pienamente convincente.
Ad una prima parte briosa e divertente, con ottime battute, dove sceneggiatura e regia rinunciano completamente agli ambienti e aderiscono il più possibile ai personaggi e alla loro fisicità, ne segue una seconda più deludente, che mira in alto ma rivela un pressappochismo tipico del nostro cinema, sempre abile a sfaccettare lucidamente l'altro da sé (il fascismo ingenuo e "primordiale", quindi puro, di Accio) senza usare la stessa moneta con i "compagni" comunisti, la cui messa alla berlina è una generica (e poco autentica) descrizione di chiassose, sognanti congreghe senz'arte né parte.
Certo, la scena dell'Inno alla Gioia "defascistizzato" resta memorabile, nonostante Luchetti cada nella prevedibile tentazione di citare Arancia meccanica; ma non convincono appieno le "conversioni" di Accio, e molti personaggi vengono perduti per strada (su tutti Violetta, la sorella di Accio e Manrico); e la dimensione familiare, così sapientemente descritta e riuscita, non fa che aumentare il rimpianto verso un cinema talmente abituato alle ristrettezze di budget da non riuscire più a guardare con autentica lucidità fuori dalle pareti di casa nostra.
Se Luchetti cerca costantemente una presa emotiva che, complice lo schematismo della storia, non sempre giunge a destinazione (come nel finale, dove il prolungato primo piano di Accio non diviene mai realmente significante), il lavoro con gli attori è assolutamente da rimarcare: segnale più che confortante, dopo il niente degli ultimi anni. Se Scamarcio continua a tenere il freno a mano tirato, in attesa di una prova d'attore che la dica tutta sul suo conto, Elio Germano è il divo del futuro e lo conferma una volta di più; ma occorre menzionare anche il giovane Propizio, che nella parte di Accio adolescente recita se stesso in modo irresistibile, e l'azzeccato impiego di Zingaretti e della Finocchiaro strappa applausi. Come la colonna sonora firmata Franco Piersanti, dove trovano posto hits del passato firmate Betty Curtis, Little Tony e (leggermente postdatata rispetto agli eventi) Nada.

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