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ALBA ALLA SCOPERTA DEI SUOI TALENTI
Interessante, come sempre, l'offerta del festival che esplora l'interiorità e lo spirituale nell'uomo. Tra i film, spiccano La marea dell'argentino Diego Martinez Vignatti e il docu-fiction 9 Star Hotel dell'israeliano Ido Haar
Giunto a metà del suo percorso, l'Alba International Film Festival (7ma edizione, 29 marzo - 4 aprile) non delude le aspettative. La rassegna ideata e diretta da Luciano Barisone ha già dato prova di quanto il cinema esploratore dell'emisfero interiore dell'essere umano - e dunque della sua spiritualità - continui ad essere portatore di lavori interessanti e innovativi. Ne hanno dato esempio due opere passate in questi giorni tra il concorso e la sezione Cinema - Uno sguardo nuovo.
Nel primo caso ci riferiamo a La marea, opera prima dell'argentino Diego Martinez Vignatti. Già visionario direttore della fotografia di entrambi i film del messicano Carlos Reygadas (Japon e Battaglia del cielo), Martinez Vignatti ha portato ad Alba (dopo aver partecipato in concorso all'ultimo festival di Rotterdam) un'opera metafisica, piegata agli inevitabili quesiti esistenzialistici che si materializzano nella vicenda di una giovane donna, Azul, che cerca di superare il lutto per la morte del compagno e del figlio nella fuga dalla città verso un luogo ameno da ogni socializzazione. Caratterizzato da una scelta fotografica fortemente personalizzata (la grana della pellicola è di una sensibilità estrema, che rende le immagini molto impressionistiche), La marea si avvale di lunghi silenzi contrappuntanti a sonorizzazioni inaspettate ed extra-diegetiche (i rumori della natura selvaggia, delle fiere nel deserto argentino, del mare) ed esibisce con apparente naturalezza visiva il complesso dramma di Azul (splendida attrice, Eugenia Ramirez Miori, anche compagna del regista), la cui vita sembra rinascere dal contatto con un cane ferito, del quale la donna decide di prendersi cura.
Nulla viene lasciato al caso ne La marea, e nulla vuole compiacere alla spettacolarità: specie nel finale accompagnato da una musica stridente che bene si addice alla visione del sangue. «Il film è costato solo 140mila euro e non aveva alcuna sceneggiatura», ha spiegato il regista, sottolineando anche quanto le ristrettezze economiche abbiano obbligato a scelte stilistiche estreme, «come l'assenza di luci artificiali per la fotografia». L'intenzione del giovane regista era - e ben si è mostrata - quella di mettere in scena «l'elaborazione di un lutto e nel frattempo la straordinaria relazione tra la donna e la natura selvaggia. Il 90% delle inquadrature sono soggettive, perché tutto parte dall'interiorità di Azul».
Di tutt'altra pasta è il docu-fiction israeliano 9 Star Hotel (già presentato, tra gli altri, al Jerusalem Film Festival), girato in digitale, che presenta la dura quotidianità di un gruppo di palestinesi clandestini che lavorano illegalmente presso alcuni cantieri edili nei dintorni di Tel Aviv. Benché semplice dal punto di vista visivo e cinematografico, il lavoro merita il plauso di un grande coraggio, nato dalla curiosità di un cittadino israeliano verso i "nemici" palestinesi, costretti ad una vita disumanizzata e disumanizzante. Abitanti di colline presso rifugi segreti ed improvvisati (denominati "le tombe"), i lavoratori sudano ogni giorno per raccogliere pochi soldi da mandare alle famiglie e la fortuna li deve assistere, perché ogni loro problema, anche un semplice malessere fisico, si traduce nel richiamo della polizia israeliana e nel sicuro sequestro.
La forza del documentario, tuttavia, è anche nella capacità del giovane regista di cogliere gli aspetti più ironici della pur drammatica condizione dei suoi protagonisti (coi quali si è intrattenuto un intero anno per assorbire le informazioni necessarie alla stesura del documentario), che non rinunciano a scherzare su se stessi, sul popolo palestinese e su quello israeliano (chiamano in causa persino l'Olocausto e la necessità di avere anche per i palestinesi un "giorno della memoria", che richiami i 55 anni di guerra in corso). Aggressività reattiva, quella dei giovani di Palestina, alle forzature di un nascondiglio infinito: «Se rinchiudi un gatto in una stanza, non ti salta forse addosso quando gli apri la porta?».
Il film, purtroppo, non è mai uscito nelle sale israeliane benché si avvalesse di un contratto di distribuzione, in quanto giudicato "troppo politico". E questa la dice tutta sulla situazione in corso.



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