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EDITORIALE APRILE 2007
Ricoverato ancora una volta. Per uno scompenso cardiaco. Non per problemi legati alla cocaina, ma per un abuso di alcool, cibo e sigari cubani. La parabola di Diego Armando Maradona, a detta dei medici seriamente a rischio di cirrosi epatica, sembra davvero non aver mai fine. Un anno e mezzo fa, non lo nascondiamo, eravamo rimasti favorevolmente stupiti di fronte a quella che poteva sembrare, a tutti gli effetti, una rinascita. Non calcistica, ovviamente, ma umana. Dimagrito una quarantina di chili e più che brillante nella conduzione del suo show televisivo in madrepatria ("La noche del 10"), il già più grande campione di tutti i tempi pareva seriamente ritornato in sella alla sua vita. Ora, proprio mentre nelle nostre sale viene proiettato il film di Marco Risi a lui dedicato (e Cannes si prepara al documentario di Emir Kusturica, Maradona - El Pibe de Oro) che, molto probabilmente, soprattutto Napoli e i suoi innumerevoli tifosi contribuiranno a portare sulla vetta del box office, Diego Armando Maradona torna a far parlare di sé per gravi motivi di salute. Qualcuno, un paio di settimane fa, già lo aveva dichiarato defunto (con tanto di replica - giustamente stizzita - dello stesso Dieguito) e oggi, ancora una volta, in molti siamo a chiederci quale peso avrebbe avuto, nell'immaginario collettivo, un personaggio che, smessa la carriera calcistica, si fosse ritirato al silenzio di una "ligia" vita privata o, "peggio", avesse intrapreso la strada delle varie e poco trasparenti dirigenze federali e/o internazionali. Il cinema si sarebbe mai interessato a lui? La moltitudine di argentini che, da anni a questa parte, si raduna per estenuanti veglie al cospetto dei vari ospedali dove viene ricoverato di volta in volta, sarebbe mai esistita? Diego Armando Maradona, da inarrivabile fuoriclasse a "peggiore" degli uomini, ha sin da subito rappresentato e tuttora rappresenta la terribile e al tempo stesso affascinante mistura che attanaglia il genio e, da magnifico artista del secolo scorso, ora caduto in disgrazia, sembra quasi voler disperatamente che il mondo continui a ricordarsi di lui. Cinematografico per antonomasia - ogni sua giocata, ogni sua dichiarazione sono "gioielli" che solo i più grandi registi o i migliori sceneggiatori sarebbero stati in grado di immaginare e/o rendere concreti - el pelusa rivive oggi, prima ancora di essersene andato per sempre, sugli schermi di sale buie e lontano da spalti gremiti di sogni, lacrime e bandiere. E proprio come in un film già visto, dal finale risaputo ma tutte le volte inspiegabilmente sorprendente, vi rimandiamo a quello che la storia dell'arte contemporanea non può considerare come uno dei più grandi capolavori dei nostri (ormai perduti) tempi: "Gracias, Dios. Por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas...".



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