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IL COLORE DELLA LIBERTÀ – GOODBYE BAFANA

di Bille August

Sceneggiatura: Greg Latter, Bille August
Fotografia: Robert Fraisse
Montaggio: Hervé Schneid
Musiche: Dario Marianelli
Interpreti: Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Faith Ndukwana
Produzione: Arsam International, Banana Films, Film Afrika Worldwide CC, Future Films Ltd., Thema Production, X-Filme Creative Pool
Distribuzione: Istituto Luce
Nazionalità ed anno: Germania/Belgio/Francia/Italia/Sudafrica,
2007
Durata: 117'
Data di uscita:
30 marzo 2007
Titolo originale: Goodbye Bafana
Sito ufficiale
Sito italiano

IL COLORE DELLA LIBERTÀ – GOODBYE BAFANA
1 e mezzo

Uno dei carcerieri di Nelson Mandela, addetto alla censura della corrispondenza e al controllo delle visite, esibisce un razzismo che è l'atteggiamento mentale più scontato nel Sudafrica dell'apartheid, ma conserva il ricordo del suo migliore amico d'infanzia, un ragazzino di colore di nome Bafana che un giorno gli regalò un braccialetto di pelo di coniglio.
Educato e rispettoso, il sergente Gregory si accattiva la simpatia di Mandela, ne subisce il fascino e ne diventa la guardia "di fiducia", seguendolo in 27 anni di detenzione e nei diversi carceri che segnano le tappe di un'odissea destinata a durare fino al 1990. Il giorno della liberazione, Mandela viene accolto da una folla plaudente e Gregory è promosso di grado.
Bille August chiede ai suoi spettatori di considerare, fra i due uomini di cui si racconta la strana amicizia, quale sia il prigioniero e quale il carceriere, e proprio questo rovesciamento di ruoli è una delle pochissime cose riuscite del suo Il colore della libertà (titolo italiano brutto, scontato ai limiti del cattivo gusto, ma Ciao Bafana sarebbe stato davvero insostenibile). Testimone di una storia che gli si svolge a fianco, del tutto passivo nei confronti di un mondo a cui non si arrende a somigliare, fosse solo per i due oggetti che nasconde in una tabacchiera, il sergente Gregory è un personaggio di un'opacità umanissima e deprimente, e per una volta lo sguardo un tantino pallato di Joseph Fiennes serve allo scopo. I suoi elegiaci ricordi di una vecchia amicizia interrazziale e il suo mormorare "Ciao Bafana" a suggello della liberazione del più grande leader sudafricano, a cui alla fine faceva quasi da cameriere, sarebbero di un patetismo quasi funzionale, a patto di accantonare il legittimo sospetto che August li intendesse come autenticamente poetici (che c'è da ricordarsi quello che in passato il regista danese ha fatto con La casa degli spiriti di Isabel Allende). Del resto, manca qualsiasi ritmo che non sia dettato da una mera consequenzialità, l'affresco storico è limitato all'essenziale, e nel gioco del "mostra e dimostra" August privilegia decisamente il primo dei due termini. Buona ricostruzione di ambienti, tema "forte", e nei panni di Mandela un bravo attore come Dennis Haysbert, che presta la sua autorevolezza fisica a un personaggio che avrebbe dovuto esprimere un'autorevolezza più che altro morale; ma si fa quel che si può. A parte questo, poco di rilevante, perché la storia, a maggior ragione quella recente, dovrebbe essere raccontata con più profondità, passione e consapevolezza, e non con intenti così stancamente illustrativi da essere fin troppo poco didattici. Brava Diane Kruger, che era la pupa di Orlando Bloom in una Grecia dove Menelao veniva ucciso davanti alle mura di Troia e Agamennone non tornava da Clitennestra (povere le mie orfane del complesso di Elettra), e adesso invece fa la casalinga disperata sudafricana. E recita.

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