Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Scambia informazioni

Syndicate content

CENTOCHIODI

di Ermanno Olmi

Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Montaggio: Paolo Cottignola
Musiche: Fabio Vacchi
Scenografia: Giuseppe Pirrotta
Costumi: Maurizio Millenotti
Interpreti: Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattera, Damiano Scaini, Franco Andreani
Produzione: cinema11undici, Rai Cinema
Distribuzione: Mikado
Nazionalità ed anno: Italia, 2006
Durata: 92'
Data di uscita:
30 marzo 2007    
Sito ufficiale

CENTOCHIODI
2 e mezzo

"Ho passato una vita a raccontare storie per il cinema". Così Ermanno Olmi si congeda dal proprio pubblico con quello che, per sua scelta, sarà l'ultimo film di finzione che realizzerà nella sua lunga carriera di cineasta, apertasi nell'ormai lontano '59 con Il tempo si è fermato, e proseguita attraverso pellicole importanti, come L'albero degli zoccoli, Lunga vita alla signora e Il mestiere delle armi.
Tutta la filmografia di Olmi emana un'aura di autorialità pacata ma ferma, in tutti i film si riconosce una fattura da ottimo artigiano del cinema, oltre che una sensibilità profonda e curiosa. Per lunghi tratti della sua carriera, il regista è stato attaccato sul campo dei sistemi di riferimento, essendo egli uno dei pochissimi autori profondamente e non banalmente cattolici del panorama italiano. Sono state tante, dunque, le battaglie silenziose di Olmi, mai combattute a mezzo stampa, attraverso proclamazioni d'intenti e apologie o attacchi di sorta, ma sempre condotte attraverso il linguaggio che sapeva meglio usare, quello del cinema.
Partendo da questo ricco background, c'è qualcosa che stona nel suo ultimo lavoro, a partire dal poster (pensato bene e realizzato male), sul quale campeggia un inequivocabile sottotitolo: "Nessuna religione ha mai salvato il mondo". Mai tale apoditticità aveva segnato un film di Olmi, né tanto meno in nessun caso il senso e il cuore profondo di una sua pellicola non era pieno possesso dell'intelletto dello spettatore, che in questo caso, al contrario, subisce suo malgrado uno schema che, persino al film stesso, per come poi viene sviluppato, va stretto.
Centochiodi parte da un gesto assurdo quanto sentito: cento libri antichi vengono inchiodati sul pavimento e sui tavoli della biblioteca dell'università di Bologna. Il misfatto è compiuto da un giovane quanto brillante professore di filosofia, interpretato da Raz Degan, che si rifugia in un casolare del Po lombardo, entrando in contatto con gli abitanti del posto.
Questa, e solo questa, la trama, frutto di uno script che di certo non punta sullo snodo narrativo, sul colpo di scena (come del resto è consuetudine nella produzione di Olmi) ma che contiene una vastissima ricchezza di metafore, di chiavi di lettura possibili.
Il regista scandaglia l'animo umano, il rapporto tra sacro e profano, tra l'uomo e la propria spiritualità, attraverso l'indagine di un animo combattuto. Non è un caso che il custode, l'amante, dei libri deturpati sia un anziano monsignore, lo sguardo offuscato da pesanti cataratte. Come non episodico il soprannome affibbiato al professor Degan nella bassa, Gesù Cristo, o il fatto che i suoi amici paesani lo aiutino (in dodici) a costruire la capanna dove va a vivere.
Come questi, i riferimenti ad una semantica religiosa sono molteplici. E nonostante una impossibile univocità interpretativa, Olmi sembra condurci per mano su strade culturalmente iconoclaste, impregnate di un rifiuto non del libro in sé, ma dell'utilizzo parziale e pretestuoso che l'uomo ne fa, accompagnate dall'esaltazione di una "semplice cordialità", come lui la definisce, sganciata dalla retorica e dalla cultura proterva dei saggi. Discorso chiaro, ma assolutamente discutibile, sintetizzato dalla arida e semplicistica sentenza che mette in bocca al suo protagonista: "C'è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri".
Olmi sembra abbandonare la sua semplice cattolicità legata alla tradizione e all'autorità, per esplorare territori più complessi, densi di un'autodeterminazione religiosa che rifugge dal magistero della cattolicità, per esplorare i territori più complessi e astrusi dell'autodeterminazione del rapporto con il divino. Non è un caso che Magris, introducendo il bel libro fotografico uscito con il film, si appropri della tematica esasperandola e facendone un uso personale, rafforzando la propria posizione attraverso le citazioni di Bultmann, grande teologo protestante. Il Cristo di Olmi è un Cristo che salva, ma che poi abbandona l'uomo ("Di quell'uomo che chiamavano Gesù Cristo nessuno ebbe più notizia"). Tuttavia anche da questo punto di vista il film risulta più complicato di quanto una prima lettura non indicherebbe, anche se cede continuamente alle lusinghe della definizione, della presa di posizione inequivocabile.
Olmi, dunque, pur inserendosi a pieno titolo nel solco della sua filmografia, costruisce un film che sul piano della riuscita, come su quello della fattura tecnica e della problematicità, si situa qualche gradino al di sotto dello standard a cui ci aveva abituati.

accedi o registrati per inviare commenti