Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Argomenti del forum attivi

Scambia informazioni

Syndicate content

PROPRIETÀ PRIVATA

di Joachim Lafosse

Sceneggiatura: Joachim Lafosse e François Pirot
Fotografia: Hichame Alaouie
Montaggio: Sophie Vercruysse
Interpreti: Isabelle Huppert, Jérémie Rénier, Yannick Rénier, Patrick Descamps, Kris Cuppens, Raphaëlle Lubansu
Produzione: Tarantula, Mact Productions, RTBF
Distribuzione: BIM
Nazionalità ed anno: Belgio/Lussemburgo/Francia, 2006
Durata: 92'
Data di uscita:
16 marzo 2007
Titolo originale: Nue proprieté
Sito ufficiale    
Sito italiano

PROPRIETÀ PRIVATA
3 e mezzo

La casa, isolata in campagna, è esageratamente grande, e trascurata, una "piazza d'armi" di proprietà di un'impiegata di mezza età, divorziata, con due figli a carico poco più che ventenni. I ragazzi sembrano vivere in simbiosi, si lavano i capelli a vicenda, sparano ai topi nel laghetto adiacente la casa, giocano a ping pong dimenticandosi continuamente il punteggio: sono gemelli, ma non si assomigliano affatto, biondo, rabbioso e irritante uno, moro, gentile e fin troppo passivo l'altro.
La madre continua a litigare furiosamente con l'ex marito, il padre dei suoi due figli, che le passa un mensile e la accusa di averla spossessata della casa una volta di proprietà di lui, e nel frattempo vive di nascosto una storia con un vicino, che la esorta a rifarsi una vita. Quando questa decisione sembrerà finalmente imprimere una svolta agli eventi, la madre si troverà costretta, senza riuscirci, a fronteggiare l'ostilità di uno dei figli e l'incapacità ad aiutarla del mondo in cui vive e dal quale nessuno riesce ad affiorare.
Di rado, la straordinaria capacità interpretativa di Isabelle Huppert ha dato vita a un personaggio fragile, violentato e fatale come quello di Pascale, la madre-oggetto di Proprietà privata, al centro di una pellicola che sembra fatta di niente e che pure evolve in un inesorabile climax drammatico. L'impressione di immobilità, di stagnazione delle vite dei protagonisti è data dal compiersi quotidiano di atti rituali che assumono il carattere dell'ossessione: i pasti, sovrabbondanti e divorati velocemente, in cui la figura della donna è oggettivata nella sua funzione di colei-che-nutre, e, quasi consequenzialmente, di cui ci si nutre; il gioco, in cui i due figli perpetuano un'infanzia a cui sembra aver dato carattere definitivo la condivisione della vita in utero, e che non prescinde mai da una logica di sopraffazione; e infine il sesso, di cui prevalentemente viene mostrato l'atto frettoloso del vestirsi e dello spogliarsi.
Eppure, molto succede e molto viene raccontato: la dissoluzione di un matrimonio, la rabbia sedimentata negli anni per un'inesausta smania di possesso (e non che Pascale, di questo sia innocente: la scena in cui nutre a pezzetti di mela un bambino piccolo è un'immagine pura e spiazzante di quanto ci sia di violento nel rapporto tra una madre e un figlio). Aleggia un senso di pericolo, il disagio familiare sembra chiamare a gran voce le conseguenze del caso, ma quando queste si verificano, la misura del dolore è data dal raffronto tra causa ed effetto: perché non c'è stata alcuna azione dolosa, nessun intento criminale, e la tragedia è solo effetto di qualcosa che, quasi casualmente, non ha funzionato. Si raccolgono i pezzi di un tavolino di vetro andato in frantumi, ma c'è poco da rimediare, un dolly all'indietro sulla strada di campagna che porta alla casa rinchiude nuovamente i personaggi nella prigione dove si escludono l'uno dall'altro.

accedi o registrati per inviare commenti